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martedì 30 giugno 2015
Democrazia e innovazione
L'ultimo modulo della nostra scuola, nei due week end di metà aprile e metà maggio, affronta il rapporto tra 'democrazia e innovazione '. Nella retorica oggi dominante il problema semplicemente non esiste: l'innovazione è un valore in sé ed è altrettanto scontato che si possa integrare facilmente e felicemente con la democrazia.
Nella realtà le cose sono molto più complesse. Lo stato non brillante della nostra democrazia, su cui abbiamo approfonditamente ragionato nei moduli precedenti, è dovuto anche alle difficoltà di gestire le implicazioni delle travolgenti innovazioni tecnologiche dei nostri tempi. Si pensi, per esemplificare, ai nodi connessi al dilagante sovraccarico dell'informazione oppure, ancora, a quanto le nuove tecnologie contribuiscano a 'smontare ' i luoghi di lavoro. Le aziende cambiano, qualcuno dice 'svaniscono ', ma con esse si modifica anche l'organizzazione del mondo del lavoro. Una struttura fondamentale della democrazia, i lavoratori che si organizzano, un corpo intermedio decisivo nelle democrazie novecentesche, sta subendo contraccolpi micidiali.
Ecco perché vogliamo ragionarne a fondo. Iniziamo venerdì 17 aprile interrogandoci sul rapporto tra innovazione e uguaglianza. Il giorno dopo discuteremo proprio del rapporto tra la democrazia e il nuovo sistema mediatico e, nel pomeriggio, sull'altrettanto controversa relazione esistente tra innovazione tecnologica e democrazia industriale. Chiudiamo questo primo gruppo di lezioni con una tavola rotonda tra studiosi e giovani operatori per esplorare le nuove strade che stanno prendendo l'innovazione culturale e la partecipazione.
A metà maggio, il venerdi 15, riprenderemo la 'scuola ' ragionando sull'impresa sociale; continueremo il giorno dopo per affrontare la questione dell' 'economia della condivisione ' e, nel pomeriggio, per ragionare sul rapporto tra 'libertà e nuove tecnologie '. L'ultima lezione, sul valore politico dell'innovazione scientifica, è spostata, per impegni internazionali del relatore, a giovedì 28 maggio.
Domenica 17 maggio non vi saranno lezioni, ma potremo sfruttare questo buco nel calendario per un incontro tra il direttore e i corsisti, per tracciare insieme un bilancio di questo anno di intenso lavoro e per ragionare sul programma per il prossimo anno.
70° della Resistenza: una celebrazione senza polemiche
Non c'è dubbio: si è trattato di una bella celebrazione del 70° della Resistenza. I media hanno dato spazio con molta generosità all'evento e la sfilata di Milano è stata una grande manifestazione popolare, ridondante di voci diverse. I giornali hanno dedicato al settantesimo ampi servizi: il Corriere ha perfino proposto un'intera collana di testi letterari della Resistenza. Le televisioni, pubbliche e private, non sono state da meno: anche Mediaset si è unita al coro e perfino Paolo Del Debbio ha dedicato alla Resistenza un'intera serata su Rete Quattro.
Qualcuno ha già notato la differenza di clima rispetto a una decina di anni fa. Allora erano fresche di stampa le pagine dell'indecente libro di Gian Paolo Pansa 'Il sangue dei vinti ' e vi era l'eco della sorprendente difesa della Repubblica di Salò da parte di uno storico come Vivarelli. Galli della Loggia dalle colonne del Corriere non si stancava di indicare nella sopravvalutazione della Resistenza la menzogna originaria della Repubblica. Le televisioni raccontavano un'altra storia rispetto a quella ascoltata in questi giorni: abbondavano di interviste ai reduci di Salò. Tante voci, con asprezza polemica, rivendicavano l'equiparazione tra partigiani e repubblichini.
La svolta è rilevante. Potremmo ipotizzare, riprendendo il titolo di un impegnativo appuntamento che avevamo costruito in Casa della Cultura in quegli anni, che si è riusciti davvero a 'revisionare il revisionismo '. Probabilmente il lavoro incessante degli storici, le nuove ricerche, gli ultimi studi usciti, le tante discussioni hanno prodotto qualche effetto. Il carattere a un tempo plurale e unitario della Resistenza italiana, la sua nobiltà che sovrasta le inesorabili brutture è finalmente chiara a tutti. E' arrivato il momento, ci dicono queste giornate, di ragionare serenamente dell'importanza della Resistenza nella fondazione e nella storia della nostra Repubblica.
Si potrebbe però avanzare anche un'altra ipotesi. Ovvero che una decina di anni fa la destra italiana aveva raggiunto l'apice del potere: al governo erano saldamente installate forze di destra indifferenti alla Resistenza e altre che non disdegnavano la rivendicazione di un filo diretto con il fascismo. Tutto congiurava a dare forza a un diffuso e aggressivo 'anti - antifascismo': la pubblicistica e i media non facevano altro che assecondare il clima politico e culturale del momento. Ora la destra è in grave crisi: le sue formazioni principali sono a rischio di sfaldamento oppure si stanno riorganizzando e ridefinendo. La molla fondamentale della virulenta campagna revisionista, ovvero la legittimazione della destra, è in questo momento ridimensionata o perfino evaporata.
Forse si potrebbe avanzare anche una terza ipotesi, ovvero che la spinta polemica si sia disinnescata a seguito dello smottamento politico e culturale della sinistra, in primis di quella ex comunista estromessa in pochi mesi quasi senza colpo ferire da ogni ruolo di direzione del paese. Alla fin fine la virulenza polemica contro la Resistenza era intimamente legata alla orgogliosa rivendicazione dei valori antifascisti da parte delle sinistre e alla loro intransigente impegno a difesa della carta costituzionale. Nei prossimi giorni, senza proclamazioni altisonanti, si trasformerà di fatto la forma di governo introducendo un inedito e radicale presidenzialismo. In questa situazione è abbastanza evidente che la furia polemica revisionista sia svigorita alle radici.
Con ogni probabilità ognuna di queste tre ipotesi contiene qualche verità. A tutti noi, abituati ormai a ragionare con disincanto su tutte le vicende del nostro paese, restano comunque il piacere di una celebrazione senza stonature revisioniste e i suoni e i colori con cui anche in questo 25 aprile si sono manifestati i mille toni di speranza e di inquietudine del nostro antifascismo.
Qualcuno ha già notato la differenza di clima rispetto a una decina di anni fa. Allora erano fresche di stampa le pagine dell'indecente libro di Gian Paolo Pansa 'Il sangue dei vinti ' e vi era l'eco della sorprendente difesa della Repubblica di Salò da parte di uno storico come Vivarelli. Galli della Loggia dalle colonne del Corriere non si stancava di indicare nella sopravvalutazione della Resistenza la menzogna originaria della Repubblica. Le televisioni raccontavano un'altra storia rispetto a quella ascoltata in questi giorni: abbondavano di interviste ai reduci di Salò. Tante voci, con asprezza polemica, rivendicavano l'equiparazione tra partigiani e repubblichini.
La svolta è rilevante. Potremmo ipotizzare, riprendendo il titolo di un impegnativo appuntamento che avevamo costruito in Casa della Cultura in quegli anni, che si è riusciti davvero a 'revisionare il revisionismo '. Probabilmente il lavoro incessante degli storici, le nuove ricerche, gli ultimi studi usciti, le tante discussioni hanno prodotto qualche effetto. Il carattere a un tempo plurale e unitario della Resistenza italiana, la sua nobiltà che sovrasta le inesorabili brutture è finalmente chiara a tutti. E' arrivato il momento, ci dicono queste giornate, di ragionare serenamente dell'importanza della Resistenza nella fondazione e nella storia della nostra Repubblica.
Si potrebbe però avanzare anche un'altra ipotesi. Ovvero che una decina di anni fa la destra italiana aveva raggiunto l'apice del potere: al governo erano saldamente installate forze di destra indifferenti alla Resistenza e altre che non disdegnavano la rivendicazione di un filo diretto con il fascismo. Tutto congiurava a dare forza a un diffuso e aggressivo 'anti - antifascismo': la pubblicistica e i media non facevano altro che assecondare il clima politico e culturale del momento. Ora la destra è in grave crisi: le sue formazioni principali sono a rischio di sfaldamento oppure si stanno riorganizzando e ridefinendo. La molla fondamentale della virulenta campagna revisionista, ovvero la legittimazione della destra, è in questo momento ridimensionata o perfino evaporata.
Forse si potrebbe avanzare anche una terza ipotesi, ovvero che la spinta polemica si sia disinnescata a seguito dello smottamento politico e culturale della sinistra, in primis di quella ex comunista estromessa in pochi mesi quasi senza colpo ferire da ogni ruolo di direzione del paese. Alla fin fine la virulenza polemica contro la Resistenza era intimamente legata alla orgogliosa rivendicazione dei valori antifascisti da parte delle sinistre e alla loro intransigente impegno a difesa della carta costituzionale. Nei prossimi giorni, senza proclamazioni altisonanti, si trasformerà di fatto la forma di governo introducendo un inedito e radicale presidenzialismo. In questa situazione è abbastanza evidente che la furia polemica revisionista sia svigorita alle radici.
Con ogni probabilità ognuna di queste tre ipotesi contiene qualche verità. A tutti noi, abituati ormai a ragionare con disincanto su tutte le vicende del nostro paese, restano comunque il piacere di una celebrazione senza stonature revisioniste e i suoni e i colori con cui anche in questo 25 aprile si sono manifestati i mille toni di speranza e di inquietudine del nostro antifascismo.
Un nuovo progetto della casa della cultura
La Casa della Cultura ha alle spalle un anno intenso.
Abbiamo rifatto la sede, eletto un nuovo Presidente e un nuovo Direttivo, introdotto il Consiglio Culturale. Abbiamo aperto le porte a temi nuovi, ridefinito il nostro sistema di comunicazione e stiamo anche coinvolgendo una nuova generazione di studiosi. A questo punto siamo in grado di fare un ulteriore passo in avanti.
Vogliamo trasformare il nostro sito in uno 'spazio aperto ' di discussione. Ciò che viene detto e discusso nelle nostre tante iniziative non deve più fermarsi qui, in via Borgogna.
Vogliamo mettere in circolazione le nostre proposte e le nostre elaborazioni.
Per questo abbiamo deciso di usare fino in fondo le possibilità che può dischiudere un uso intelligente della Rete. In questi medi abbiamo lanciato le 'edizioni casa della cultura' iniziando la pubblicazione di agili ebook. Abbiamo iniziato ad usare con efficacia i 'social ' - Facebook e Twitter - per informare sulla nostra attività e siamo riusciti a coinvolgere cittadini che prima non riuscivamo a raggiungere. Siamo in grado di fare arrivare ogni giorno i nostri messaggi oltre Milano: abbiamo likers in tutt'Italia. Abbiamo anche verificato, con qualche emozione, che le nostre proposte in Rete raggiungono il picco di gradimento tra i giovani, dai ventiquattro ai trentaquattro anni!
Siamo pronti ora a fare un passo in più. A chi progetta e anima le nostre discussioni chiederemo di scrivere note da inserire nel sito.
Siamo pronti anche a raccogliere spunti e articoli pubblicati altrove ma che ci appaiono meritevoli di riflessione.
Alcuni giovani amici di 'cheFare ', piattaforma online per l'innovazione culturale, sono interessati ad un'attiva collaborazione per intrecciare gli stimoli e le voci.
Insomma, scommettiamo sulla possibilità di fare interagire e confrontare i 'maestri ' attorno ai quali ruota la nostra programmazione con i giovani che si esprimono soprattutto attraverso le riviste on line e i blog.
Da tempo riflettiamo su come sta cambiando la produzione e la circolazione della cultura. Intendiamo mettere questa riflessione al centro della prossima celebrazione del nostro 'Settantesimo '. Ma siamo anche convinti che la ricerca, l'innovazione e la sperimentazione sul campo possano aiutare e stimolare la riflessione meglio di ogni altra cosa.
Per dare il segno della novità di questo progetto abbiamo voluto dare anche una veste nuova al nostro sito. Chi entrerà nel sito avrà modo di esprimere una valutazione sull'operazione, sui contenuti e anche sull'aspetto estetico. A me, in questo momento, spetta il compito di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a progettare, innovare e realizzare il sito e tutti coloro che si stanno prodigando per riempirlo di contenuti e di idee.
lunedì 22 settembre 2014
Appunti su quindici anni di vita culturale
Quindici anni di vita culturale milanese e italiana visti e vissuti da dietro la "porta rossa" di via Borgogna.
Lo sfilacciamento culturale dei tardi anni Novanta. La vigorosa ripresa del pensiero critico nei primi anni del nuovo secolo. Lo shock della "grande crisi", l'indignazione e i rischi di rassegnazione. Le trasformazioni strutturali della vita culturale sotto l'impatto delle nuove tecnologie e della globalizzazione.
Una proposta culturale: la ricostruzione di un umanesimo illuministico.
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lunedì 31 marzo 2014
Gli studenti e il Pci negli anni incandescenti
Ho ricevuto un invito per partecipare a un convegno, che si terrà a Firenze il 9 e il 10 maggio, sul movimento studentesco tra il 1968 e il 1978. Per l'occasione, ho preparato un testo che propone una riflessione su quegli anni incandescenti; lo potete leggere qui, nella pagina Interventi.
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venerdì 14 marzo 2014
Un nuovo presidente per la Casa della Cultura
Un ringraziamento molto caro a Vittorio Spinazzola, presidente della Casa della Cultura dal 1991, che ha rassegnato le dimissioni con una lettera speditami qualche settimana fa. Con essa mi comunicava che l’età avanzata e i problemi di salute non gli rendevano più possibile mantenere un ruolo così impegnativo.
La lettera di dimissioni era molto bella, nello stile di questo insigne italianista. Da ogni parola traspariva il suo attaccamento profondo alla Casa della Cultura e anche quell’idea “alta” dell’istituzione e della sua funzione che lo ha guidato in tutti questi anni e che, probabilmente, resta il messaggio più duraturo della sua Presidenza.
Un saluto e un augurio vivissimo a Salvatore Veca, da qualche giorno nuovo Presidente della Casa della Cultura, votato dall’assemblea dei soci con consenso unanime. Rivendico con orgoglio di avere pensato e proposto il nominativo di Veca.
Conosco la sua autorevolezza nella vita pubblica milanese e italiana. Sono convinto che la sua Presidenza possa essere una garanzia per tutti coloro che pensano alla Casa della Cultura come luogo vivo e aperto di confronto e di ricerca.
Da più anni collaboro con Veca. Assieme abbiamo progettato alcune delle operazioni più impegnative della Casa della Cultura, prima fra tutte la Scuola di cultura politica. Ho imparato ad apprezzare la vastità della sua conoscenza, la sua curiosità e la sua apertura mentale. Sono convinto che assieme potremo fare tante cose, belle e impegnative.
L’obiettivo, su cui sono certo che concordiamo profondamente, è “traghettare” la grande tradizione della Casa della Cultura in tempi così profondamente cambiati. La comune convinzione è che c’è tanto bisogno di rielaborare e far vivere quel pensiero critico formatosi con l’umanesimo illuministico.
giovedì 28 febbraio 2013
Stéphane Hessel, l’indignazione, l’Italia
Una riflessione scritta per il mio blog La cultura è vita, L'Unità on line.
L’altra notte a Parigi si è spento Stéphane Hessel, un protagonista della Resistenza francese e di altre importanti pagine della storia del ‘900. Il suo piccolo pamphlet, “Indignez vous”, ha venduto all’incirca quattro milioni di copie. Ad esso si è ispirato un imponente movimento di massa e d’opinione che nel 2011 ha attraversato tutto il mondo e ha scosso interi paesi.
In Italia non vi sono state mobilitazioni di massa all’insegna dell’indignazione: non per questo il fenomeno ha agito meno in profondità. Essa si è diffusa nell’opinione pubblica e si è manifestata direttamente, in forme addirittura esplosive, nelle urne elettorali.
Nei mesi passati ho invitato con tutte le mie energie a prendere seriamente in considerazione l’onda potente, per quanto sotterranea, di indignazione che stava attraversando il nostro paese. Nel maggio scorso ho pubblicato “Indignarsi è giusto”. Nel mesi successivi mi sono impegnato in decine di presentazioni di questo libro e nei mesi scorsi mi sono presentato alle elezioni regionali ricordando sempre, ad ogni passaggio, che dovevamo fare i conti con questo moto di opinione.
La mia tesi, al fondo, era molto semplice. Possiamo raccogliere e interpretare positivamente questa “indignazione”, farne il supporto ideale di un nuovo progetto di governo. Per fare questo però non dobbiamo mai dimenticare le radici vere di questa grande crisi, ovvero chi l’ha provocata e ne è responsabile, e dobbiamo dare la certezza di un impegno risoluto per una politica solo ed esclusivamente al servizio del bene comune.
Il partito cui sono iscritto e nelle cui liste mi sono presentato alle elezioni, il Pd, ha raccolto solo a tratti, con voce flebile, questa sollecitazione. L’indignazione è stata invece cavalcata da un altro partito, quel “Movimento 5 stelle” che è così riuscito a vincere le elezioni. Nella bocca di Beppe Grillo, però, l’indignazione si è trasformata in rabbia scomposta, aggressiva e punitiva.
Qui sta una delle ragioni, forse la più importante, dello scacco elettorale che abbiamo subito e della grave crisi politica che si è aperta con il voto del 24 e 25 febbraio.
L’altra notte a Parigi si è spento Stéphane Hessel, un protagonista della Resistenza francese e di altre importanti pagine della storia del ‘900. Il suo piccolo pamphlet, “Indignez vous”, ha venduto all’incirca quattro milioni di copie. Ad esso si è ispirato un imponente movimento di massa e d’opinione che nel 2011 ha attraversato tutto il mondo e ha scosso interi paesi.
In Italia non vi sono state mobilitazioni di massa all’insegna dell’indignazione: non per questo il fenomeno ha agito meno in profondità. Essa si è diffusa nell’opinione pubblica e si è manifestata direttamente, in forme addirittura esplosive, nelle urne elettorali.
Nei mesi passati ho invitato con tutte le mie energie a prendere seriamente in considerazione l’onda potente, per quanto sotterranea, di indignazione che stava attraversando il nostro paese. Nel maggio scorso ho pubblicato “Indignarsi è giusto”. Nel mesi successivi mi sono impegnato in decine di presentazioni di questo libro e nei mesi scorsi mi sono presentato alle elezioni regionali ricordando sempre, ad ogni passaggio, che dovevamo fare i conti con questo moto di opinione.
La mia tesi, al fondo, era molto semplice. Possiamo raccogliere e interpretare positivamente questa “indignazione”, farne il supporto ideale di un nuovo progetto di governo. Per fare questo però non dobbiamo mai dimenticare le radici vere di questa grande crisi, ovvero chi l’ha provocata e ne è responsabile, e dobbiamo dare la certezza di un impegno risoluto per una politica solo ed esclusivamente al servizio del bene comune.
Il partito cui sono iscritto e nelle cui liste mi sono presentato alle elezioni, il Pd, ha raccolto solo a tratti, con voce flebile, questa sollecitazione. L’indignazione è stata invece cavalcata da un altro partito, quel “Movimento 5 stelle” che è così riuscito a vincere le elezioni. Nella bocca di Beppe Grillo, però, l’indignazione si è trasformata in rabbia scomposta, aggressiva e punitiva.
Qui sta una delle ragioni, forse la più importante, dello scacco elettorale che abbiamo subito e della grave crisi politica che si è aperta con il voto del 24 e 25 febbraio.
lunedì 19 novembre 2012
Per una radicale discontinuità, come nella “Primavera milanese”
Verso le Elezioni Regionali. Da La Talpa Democratica.it
La posta in gioco stavolta è davvero grossa: la Regione Lombardia, ovvero la regione più grande e più sviluppata d’Italia, di importanza pari alla Svizzera o all’Austria.
Sotto l’incalzare delle inchieste della Magistratura il blocco formigoniano si è sfaldato. La destra è sotto shock, profondamente divisa: questa volta il centrosinistra ha davvero la possibilità di conquistare la Regione.
Si tratta di evitare errori. Nella discussione per la scelta dei candidati alla Presidenza c’è stata un po’ di confusione. Per diradare ombre e perplessità serve ora un’immersione tra la gente, un vero dibattito pubblico sui candidati e sul loro programma. Il primo a trarne vantaggio sarà Umberto Ambrosoli, il candidato attorno al quale sta convergendo un ventaglio ampio di forze.
Il punto essenziale è costruire un messaggio di radicale discontinuità. Si pensi alle elezioni siciliane di poche settimane fa: astensionismo record e, là dove la destra ottenne il famoso “61 a zero”, vittoria di un candidato di rottura. In realtà tra i cittadini italiani la preoccupazione per la crisi si mescola e si intreccia con il disgusto per il degrado del sistema politico: da qui una domanda impetuosa, anche se confusa, di cambiamento.
Bisogna raccogliere l’indignazione diffusa, ricostruire fiducia e speranza, proprio come accadde durante la “primavera milanese”. Quell’esperienza è densa di insegnamenti preziosi. Attorno al candidato sindaco si raccolsero in quei mesi partiti e cittadini, si mobilitò un fittissimo tessuto associativo, vennero immesse nella discussione esperienze e idee fino a quel momento disperse e sommerse. Tutto un mondo venne alla luce, trovò motivazioni, si impegnò con passione e entusiasmo.
In queste ormai prossime elezioni si tratta di inventare e fare vivere qualcosa di simile. Il “progetto civico” di cu si parla deve significare rottura con il passato, protagonismo dei cittadini e coraggio nell’afferrare e gettare in campo idee nuove.
La posta in gioco stavolta è davvero grossa: la Regione Lombardia, ovvero la regione più grande e più sviluppata d’Italia, di importanza pari alla Svizzera o all’Austria.
Sotto l’incalzare delle inchieste della Magistratura il blocco formigoniano si è sfaldato. La destra è sotto shock, profondamente divisa: questa volta il centrosinistra ha davvero la possibilità di conquistare la Regione.
Si tratta di evitare errori. Nella discussione per la scelta dei candidati alla Presidenza c’è stata un po’ di confusione. Per diradare ombre e perplessità serve ora un’immersione tra la gente, un vero dibattito pubblico sui candidati e sul loro programma. Il primo a trarne vantaggio sarà Umberto Ambrosoli, il candidato attorno al quale sta convergendo un ventaglio ampio di forze.
Il punto essenziale è costruire un messaggio di radicale discontinuità. Si pensi alle elezioni siciliane di poche settimane fa: astensionismo record e, là dove la destra ottenne il famoso “61 a zero”, vittoria di un candidato di rottura. In realtà tra i cittadini italiani la preoccupazione per la crisi si mescola e si intreccia con il disgusto per il degrado del sistema politico: da qui una domanda impetuosa, anche se confusa, di cambiamento.
Bisogna raccogliere l’indignazione diffusa, ricostruire fiducia e speranza, proprio come accadde durante la “primavera milanese”. Quell’esperienza è densa di insegnamenti preziosi. Attorno al candidato sindaco si raccolsero in quei mesi partiti e cittadini, si mobilitò un fittissimo tessuto associativo, vennero immesse nella discussione esperienze e idee fino a quel momento disperse e sommerse. Tutto un mondo venne alla luce, trovò motivazioni, si impegnò con passione e entusiasmo.
In queste ormai prossime elezioni si tratta di inventare e fare vivere qualcosa di simile. Il “progetto civico” di cu si parla deve significare rottura con il passato, protagonismo dei cittadini e coraggio nell’afferrare e gettare in campo idee nuove.
lunedì 5 novembre 2012
Questione morale. Vent’anni dopo Tangentopoli
Dal blog collettivo La talpa democratica.
1992: scoppia Tangentopoli. 2012: il paese riprecipita in una nuova Tangentopoli. Sotto accusa i tesorieri della Lega e della disciolta Margherita. Tre grandi Regioni, Sicilia, Lazio e Lombardia, verso le elezioni anticipate e un comune capoluogo, Reggio Calabria, sciolto per mafia. Nel ‘92 i tesorieri dei partiti venivano indagati per finanziamento illecito: oggi sono sotto accusa perché si sono messi nelle proprie tasche i soldi dei loro partiti. Nel frattempo le cosche cercano di mettere le mani perfino sulla Regione Lombardia.
E’ la fine della Seconda Repubblica. Nata a seguito dell’esplosione della questione morale essa si sta disfacendo per il riemergere della questione morale. Evidentemente c’era qualcosa di sbagliato nelle strade imboccate dopo il ‘92.
Un problema macroscopico ha segnato il centrodestra. Esso, dopo il ‘92, si è riorganizzato attorno a un leader che ha esibito la spregiudicatezza come un valore. Il messaggio di Berlusconi, sostenuto da un imponente apparato mediatico – spettacolare, è stato costruito proprio sulla contrapposizione tra regole ed energie vitali: il leader era l’interprete di uno spirito di intraprendenza che non accettava e non doveva essere intralciato da un sistema di regole. L’effetto è stato micidiale: il berlusconismo ha “sdoganato” l’illecito nella vita pubblica. Per i ciellini, abituati a teorizzare disinvoltamente che “il fine giustifica ogni mezzo”, è stato facile accodarsi e trovare un modus di convivenza. Da qui le tristi vicende segnalate dalle cronache lombarde.
Ma c’è dell’altro. Durante questo ventennio si è dissolta la capacità delle forze politiche, a destra ma anche a sinistra, di esprimere differenti idee di società. Si è accettata e interiorizzata la dissoluzione delle narrazioni politiche: l’orizzonte della politica si è rinchiuso nella gestione dell’immediato, anzi del contingente. Il risultato è stata una “piccola politica”, senza visioni e senza slanci ideali.
A quel punto la strada della politica era spianata per mestieranti e affaristi.
1992: scoppia Tangentopoli. 2012: il paese riprecipita in una nuova Tangentopoli. Sotto accusa i tesorieri della Lega e della disciolta Margherita. Tre grandi Regioni, Sicilia, Lazio e Lombardia, verso le elezioni anticipate e un comune capoluogo, Reggio Calabria, sciolto per mafia. Nel ‘92 i tesorieri dei partiti venivano indagati per finanziamento illecito: oggi sono sotto accusa perché si sono messi nelle proprie tasche i soldi dei loro partiti. Nel frattempo le cosche cercano di mettere le mani perfino sulla Regione Lombardia.
E’ la fine della Seconda Repubblica. Nata a seguito dell’esplosione della questione morale essa si sta disfacendo per il riemergere della questione morale. Evidentemente c’era qualcosa di sbagliato nelle strade imboccate dopo il ‘92.
Un problema macroscopico ha segnato il centrodestra. Esso, dopo il ‘92, si è riorganizzato attorno a un leader che ha esibito la spregiudicatezza come un valore. Il messaggio di Berlusconi, sostenuto da un imponente apparato mediatico – spettacolare, è stato costruito proprio sulla contrapposizione tra regole ed energie vitali: il leader era l’interprete di uno spirito di intraprendenza che non accettava e non doveva essere intralciato da un sistema di regole. L’effetto è stato micidiale: il berlusconismo ha “sdoganato” l’illecito nella vita pubblica. Per i ciellini, abituati a teorizzare disinvoltamente che “il fine giustifica ogni mezzo”, è stato facile accodarsi e trovare un modus di convivenza. Da qui le tristi vicende segnalate dalle cronache lombarde.
Ma c’è dell’altro. Durante questo ventennio si è dissolta la capacità delle forze politiche, a destra ma anche a sinistra, di esprimere differenti idee di società. Si è accettata e interiorizzata la dissoluzione delle narrazioni politiche: l’orizzonte della politica si è rinchiuso nella gestione dell’immediato, anzi del contingente. Il risultato è stata una “piccola politica”, senza visioni e senza slanci ideali.
A quel punto la strada della politica era spianata per mestieranti e affaristi.
lunedì 22 ottobre 2012
Queste primarie. Così diverse...
Breve articolo pubblicato in forma di post per il blog La talpa democratica il 18 ottobre 2012.
Si fa presto a dire primarie. In realtà ogni primaria ha una storia e una logica particolare. Vi sono state primarie di coalizione con funzione legittimante, come nel 2006 per la candidatura di Prodi. Vi sono state le “primarie dei sindaci”, segnate da gravi incidenti a Napoli e a Palermo, ma anche dalla partecipazione e dalla passione a Milano e in tante altre città. Vi sono state anche primarie di partito, come quelle per l’elezione di Veltroni e di Bersani a segretari del PD.
Le prossime primarie preannunciano due novità. Innanzitutto i candidati non hanno una comune piattaforma politica: i contendenti parlano linguaggi diversi sulle questioni programmatiche e sulle prospettive politiche. Vendola propone una radicale rottura con l’“agenda Monti”. Renzi reclama una continuità programmatica. Bersani difende i risultati del governo Monti, ma invoca un governo politico con nuove priorità. Insomma, gli elettori non dovranno solo scegliere il candidato ma anche individuare una politica: la coalizione demanda agli elettori la scelta della proposta politica. È una novità non da poco: gli elettori dovranno supplire alla carenza di autorevolezza dei partiti e indicare loro la politica da imboccare.
Ancora: in campo vi sono tre candidati, ma uno di loro gioca in fuorigioco. Renzi compete con gli altri, ma rifiuta di pensarsi in squadra. Non ha partecipato alle riunioni preparatorie del suo partito; ha dichiarato che il vincitore avrà il diritto di fare il “suo” programma; rivendica l’obiettivo di “rottamare” gli altri esponenti politici del suo campo. Si tratta di un inedito: si partecipa alle primarie per mettere in discussione l’impianto politico, ideale e organizzativo delle forze che promuovono le primarie stesse. Il candidato Renzi è avvolto nella bandiera del “nuovo” ma questa novità ha tratti assai ambigui. I cittadini decideranno se alle elezioni parteciperà un uomo, una squadra e un programma del centrosinistra, oppure qualcosa di molto diverso.
Si fa presto a dire primarie. In realtà ogni primaria ha una storia e una logica particolare. Vi sono state primarie di coalizione con funzione legittimante, come nel 2006 per la candidatura di Prodi. Vi sono state le “primarie dei sindaci”, segnate da gravi incidenti a Napoli e a Palermo, ma anche dalla partecipazione e dalla passione a Milano e in tante altre città. Vi sono state anche primarie di partito, come quelle per l’elezione di Veltroni e di Bersani a segretari del PD.
Le prossime primarie preannunciano due novità. Innanzitutto i candidati non hanno una comune piattaforma politica: i contendenti parlano linguaggi diversi sulle questioni programmatiche e sulle prospettive politiche. Vendola propone una radicale rottura con l’“agenda Monti”. Renzi reclama una continuità programmatica. Bersani difende i risultati del governo Monti, ma invoca un governo politico con nuove priorità. Insomma, gli elettori non dovranno solo scegliere il candidato ma anche individuare una politica: la coalizione demanda agli elettori la scelta della proposta politica. È una novità non da poco: gli elettori dovranno supplire alla carenza di autorevolezza dei partiti e indicare loro la politica da imboccare.
Ancora: in campo vi sono tre candidati, ma uno di loro gioca in fuorigioco. Renzi compete con gli altri, ma rifiuta di pensarsi in squadra. Non ha partecipato alle riunioni preparatorie del suo partito; ha dichiarato che il vincitore avrà il diritto di fare il “suo” programma; rivendica l’obiettivo di “rottamare” gli altri esponenti politici del suo campo. Si tratta di un inedito: si partecipa alle primarie per mettere in discussione l’impianto politico, ideale e organizzativo delle forze che promuovono le primarie stesse. Il candidato Renzi è avvolto nella bandiera del “nuovo” ma questa novità ha tratti assai ambigui. I cittadini decideranno se alle elezioni parteciperà un uomo, una squadra e un programma del centrosinistra, oppure qualcosa di molto diverso.
martedì 4 settembre 2012
La Lega e il Pdl sono in crisi. Ma la pressione populista resta incombente…
Pubblichiamo l'articolo "Una bussola umanistica" di Ferruccio Capelli per Tamtàm Democratico
1 – È durata all’incirca un anno la lunga agonia dei populismi leghista e berlusconiano, ovvero delle due formazioni che per vent’anni hanno dato il segno alla vita politica italiana: scalzate dal governo a seguito della drammatica crisi finanziaria dell’agosto 2011, alcuni mesi dopo, alle elezioni amministrative della primavera 2012, hanno subito un autentico tracollo elettorale. Entrambe non hanno retto all’inasprirsi della crisi. Nel drammatico passaggio dello scorso agosto Lega e Pdl sono state paralizzate proprio dalle promesse cui erano solite abbandonarsi. Il governo Berlusconi – Bossi è caduto perché impossibilitato a prendere misure urgenti di contenimento del bilancio pubblico: il rifiuto della Lega a ogni intervento sulle pensioni e l’impossibilità del Pdl di ripristinare la tassazione sulla casa hanno reso inevitabile la caduta del governo. Contemporaneamente i due leader, padri padroni dei rispettivi partiti, indeboliti politicamente dalla crisi del governo, non sono riusciti a reggere due bufere mediatico – giudiziarie parallele: Berlusconi ha pagato il prezzo del bunga – bunga e della sua corte dei miracoli mentre Bossi è stato travolto dal Trota, da Belsito e dalla Tanzania. Leghismo e berlusconismo sono accomunati in una medesima parabola politica. Essi si erano affacciati quasi in concomitanza sulla scena politica italiana, assieme hanno poi raggiunto il massimo dell’influenza e del potere e, sempre assieme, hanno ora imboccato la strada del declino, per altro assai rapido. Emersi entrambi nella crisi politica dei primi anni Novanta toccarono l’apice della loro influenza il decennio successivo quando, accantonata la competizione reciproca, siglarono un patto di ferro con il quale garantirono la lunga durata dei governi berlusconiani. La loro ascesa vertiginosa e il loro lungo successo erano dovuti all’abilità e alla determinazione con la quale hanno usato alcuni cliché populisti: l’identificazione dell’elettorato con il leader, la contrapposizione tra il “loro” popolo e gli altri cittadini, la critica aggressiva al resto del sistema politico. Bossi e Berlusconi sono stati infatti due leader carismatici, padri - padroni dei rispettivi partiti; entrambi hanno agitato il loro elettorato contro altri cittadini, fossero essi i meridionali o i comunisti ed ambedue hanno cavalcato la critica contro il vecchio sistema politico, contro Roma – ladrona e le estenuanti mediazioni della politica. Questi punti di forza durante l’ultimo anno, nella stretta della crisi, si sono trasformati in talloni di Achille. La demagogia si è rivelata un’arma spuntata dinnanzi all’aggressione speculativa dei mercati: le promesse spudorate si sono sgonfiate tra le mani e sono state loro rinfacciate dagli elettori. Nel contempo anche il leaderismo, potente arma di semplificazione della lotta politica, si è trasformato in una palla ai piedi: leader appannati e azzoppati sono diventati facile bersaglio del malumore popolare. Insomma, le due formazioni populiste della destra italiana, il populismo mediatico berlusconiano e il populismo etno-escludente bossiano, hanno imboccato la parabola discendente nella stretta della crisi economica.
2 – Il governo formato dai due partiti della destra populista è stato dimissionato: al suo posto sono subentrati Monti e i tecnici. Non per questo la pressione populista si è dissolta nell’aria. La Lega e il Pdl restano ancora in campo, sia pure con traiettorie politiche al momento differenziate: l’una all’opposizione e l’altra in appoggio al governo Monti. Difficile oggi dire che esito avranno i tentativi dei due partiti di ridefinire strategia e immagine politica. Alle elezioni amministrative di primavera i consensi che Lega e Pdl hanno perso per strada sono finiti o nell’astensione o hanno ingrossato le fila di un’altra formazione populista, il Movimento Cinque Stelle guidato dal comico Beppe Grillo. Di certo nella nostra opinione pubblica continuano a sedimentare, o forse perfino si stanno allargando, disaffezione e insofferenza per il sistema politico e apprezzamento per scorciatoie e suggestioni demagogiche. Le ragioni che alimentano questa persistente e inquietante minaccia populista meritano di essere meditate attentamente. Il fenomeno, notoriamente, non è solo italiano: nessun paese europeo ne è immune. In Italia esso assume però una continuità e un’aggressività particolare. Con ogni probabilità al fondo di questo fenomeno inquietante vi è proprio la povertà e la debolezza della politica. Da tempo essa ha perso la capacità di rappresentanza e l’autorevolezza per indicare dove andare. Tutto ciò si è ulteriormente accentuato durante questi anni di crisi: la politica “responsabile” sa dire solo che bisogna “rassicurare i mercati”. Si tratta di un mantra ripetuto ossessivamente, cui devono corrispondere inesorabilmente tutte le essenziali scelte politiche. Proposte e ricette politiche sono fissate dalla potentissima tecnostruttura globale. Essa non ha nessuna legittimazione democratica ed è composta, generalmente, dalle stesse persone che hanno portato il mondo verso la crisi. Eppure i governi e le forze politiche devono semplicemente applicare e adattare ai vari contesti nazionali gli orientamenti e le decisioni fissate dagli organismi che presiedono alla finanza e all’economia globale. Essi parlano a un tempo il linguaggio della ragionevolezza e della inesorabilità: sono generosi di buoni consigli, ma anche inflessibili, perfino spietati (alla Grecia hanno perfino chiesto di abbattere il salario minimo!). Essi indicano una sola strada possibile, non accettano oscillazioni e defezioni, ma lo dicono sempre con tatto e con garbo. Non ricorrono mai a minacce: se qualcuno non segue i loro consigli incorrerà - purtroppo, aggiungerebbero - nella punizione di un soggetto impersonale, i “mercati”. Questi nuovi signori del mondo sono affabili e sorridenti, vestono perfino in casual, come quelli che nei giorni scorsi, dopo aver parcheggiato i propri jet personali, si sono incontrati in una località di vacanza dell’Idaho per un seminario di lavoro. Semplicemente, essi ribadiscono a ogni passo che non ci sono margini per sfuggire alla loro volontà. È inesorabile che tutto ciò alimenti uno sconcerto e un fastidio diffuso e che a lungo andare provochi la ribellione della “piccola gente”. Proprio come accadde nell’America a cavallo tra Ottocento e Novecento quando l’arroganza e lo strapotere dei nuovi “baroni” provocò la rivolta populista dei piccoli proprietari agrari. Fu quella la prima protesta populista nel mondo occidentale: essa ricorda e contiene alcuni aspetti dell’ondata populista che si sta formando nel nuovo mondo globale.
3 – La politica sembra stretta in una morsa tra la spietata ragionevolezza imposta della super - élite globale e la confusa e inconsulta protesta populista. Lo scenario al momento sembra occupato solo da due narrazioni, quella potente dell’élite tecno – globale e quella arruffata e semplificatoria della protesta populista. Il punto essenziale sta proprio qui, ovvero se è possibile allentare questa morsa paralizzante e soffocante. Le forze “responsabili” sono schiacciate in un’identificazione innaturale con la super – élite globale: sembrano costrette ad accettare e applicare ogni suggerimento e orientamento della tecnostruttura economico – finanziaria globale. Ogni tanto qualche scatto di dignità come, qui in Italia, con una legge su lavoro meno indecente di quanto richiesto, ma il tutto sempre di rimbalzo, tra mille remore, incertezze e preoccupazioni. Nulla che lasci intravedere un’altra lettura della crisi, un’altra griglia di priorità, un altro discorso. Serve qualcosa di più. Bisogna ritrovare la capacità di declinare assieme responsabilità e cambiamento. In altre parole, è urgente mettere in campo un’altra narrazione, un altro logos, inteso - suggerisce Mauro Magatti nel suo ultimo saggio – come la “capacità di raccogliere (e legare/ legein) attorno a un filo … la molteplicità delle esperienze”, di “trascendere e integrare i frammenti in una direzione”. In poche parole, servirebbero forze responsabili, ovvero “non populiste”, capaci di indicare altri obiettivi e un altro percorso. Mentre l’élite globale ripete ossessivamente che bisogna “rassicurare i mercati” servirebbe uno scarto, a un tempo radicale e ragionevole, per fissare altre finalità. È l’accavallarsi stesso dei problemi ad indicarci le due idee centrali attorno a cui ricostruire un altro ragionamento: democrazia e bene comune. Esse appaiono come il nucleo di un’altra possibile narrazione, di un altro logos con cui costruire una griglia di scelte e di priorità. “Democrazia”, innanzitutto. Essa subisce un grave vulnus quotidiano proprio in quell’Europa dove vengono prese le decisioni più importanti in modo opaco, in organismi privi di legittimazione democratica. Da qui una possibile stringente conclusione operativa: accantonare le discussioni sulla riforma della Costituzione italiana che si trascinano in modo inconcludente da vent’anni e spostare tutta la discussione sull’impossibilità di continuare a operare in un’Europa dove c’è una moneta senza uno stato e dove operano poteri ultrapotenti senza la cornice di una Costituzione democratica. “Bene comune” è un concetto antico, tanto e forse perfino più di quello di democrazia. Anch’esso però sta tornando di prepotente attualità proprio perché minato nei suoi presupposti: esso è stato buttato fuori dal discorso pubblico nella convinzione che l’autoregolamentazione dei mercati rendesse superfluo pensarlo e costruirlo. I mercati, si è argomentato con una virulenza che non accettava obiezioni, sono in grado di garantire “naturalmente” le migliori soluzioni possibili. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proprio per questo “bene comune” oggi è un obiettivo che ritorna, da ridefinire e riconquistare. Esso implica un’azione lunga e tenace per riportare sotto controllo quei “mercati” che sembrano essersi autonomizzati dalla volontà umana e fanno gravare sul nostro orizzonte una minaccia permanente di instabilità e insicurezza. Nel contempo esso richiede il coraggio di riproporre e ripensare le questioni del legame sociale e del sistema di protezione: isolamento e solitudine sono le minacce più inquietanti che stanno corrodendo il nostro tessuto sociale. Detto in altre parole, si tratta di optare per una “bussola umanistica” con cui costruire giorno per giorno un’altra narrazione, con cui spezzare la falsa alternativa tra il razionalismo disumanizzante dell’élite globale e la pericolosa e inconcludente reazione populista. Con la speranza che un nuovo discorso umanistico renda possibile anche riassorbire - almeno in parte - quegli umori populisti nei quali, in forme non di rado perfino allarmanti e minacciose, si convogliano motivi reali di inquietudine e di disagio.
1 – È durata all’incirca un anno la lunga agonia dei populismi leghista e berlusconiano, ovvero delle due formazioni che per vent’anni hanno dato il segno alla vita politica italiana: scalzate dal governo a seguito della drammatica crisi finanziaria dell’agosto 2011, alcuni mesi dopo, alle elezioni amministrative della primavera 2012, hanno subito un autentico tracollo elettorale. Entrambe non hanno retto all’inasprirsi della crisi. Nel drammatico passaggio dello scorso agosto Lega e Pdl sono state paralizzate proprio dalle promesse cui erano solite abbandonarsi. Il governo Berlusconi – Bossi è caduto perché impossibilitato a prendere misure urgenti di contenimento del bilancio pubblico: il rifiuto della Lega a ogni intervento sulle pensioni e l’impossibilità del Pdl di ripristinare la tassazione sulla casa hanno reso inevitabile la caduta del governo. Contemporaneamente i due leader, padri padroni dei rispettivi partiti, indeboliti politicamente dalla crisi del governo, non sono riusciti a reggere due bufere mediatico – giudiziarie parallele: Berlusconi ha pagato il prezzo del bunga – bunga e della sua corte dei miracoli mentre Bossi è stato travolto dal Trota, da Belsito e dalla Tanzania. Leghismo e berlusconismo sono accomunati in una medesima parabola politica. Essi si erano affacciati quasi in concomitanza sulla scena politica italiana, assieme hanno poi raggiunto il massimo dell’influenza e del potere e, sempre assieme, hanno ora imboccato la strada del declino, per altro assai rapido. Emersi entrambi nella crisi politica dei primi anni Novanta toccarono l’apice della loro influenza il decennio successivo quando, accantonata la competizione reciproca, siglarono un patto di ferro con il quale garantirono la lunga durata dei governi berlusconiani. La loro ascesa vertiginosa e il loro lungo successo erano dovuti all’abilità e alla determinazione con la quale hanno usato alcuni cliché populisti: l’identificazione dell’elettorato con il leader, la contrapposizione tra il “loro” popolo e gli altri cittadini, la critica aggressiva al resto del sistema politico. Bossi e Berlusconi sono stati infatti due leader carismatici, padri - padroni dei rispettivi partiti; entrambi hanno agitato il loro elettorato contro altri cittadini, fossero essi i meridionali o i comunisti ed ambedue hanno cavalcato la critica contro il vecchio sistema politico, contro Roma – ladrona e le estenuanti mediazioni della politica. Questi punti di forza durante l’ultimo anno, nella stretta della crisi, si sono trasformati in talloni di Achille. La demagogia si è rivelata un’arma spuntata dinnanzi all’aggressione speculativa dei mercati: le promesse spudorate si sono sgonfiate tra le mani e sono state loro rinfacciate dagli elettori. Nel contempo anche il leaderismo, potente arma di semplificazione della lotta politica, si è trasformato in una palla ai piedi: leader appannati e azzoppati sono diventati facile bersaglio del malumore popolare. Insomma, le due formazioni populiste della destra italiana, il populismo mediatico berlusconiano e il populismo etno-escludente bossiano, hanno imboccato la parabola discendente nella stretta della crisi economica.
2 – Il governo formato dai due partiti della destra populista è stato dimissionato: al suo posto sono subentrati Monti e i tecnici. Non per questo la pressione populista si è dissolta nell’aria. La Lega e il Pdl restano ancora in campo, sia pure con traiettorie politiche al momento differenziate: l’una all’opposizione e l’altra in appoggio al governo Monti. Difficile oggi dire che esito avranno i tentativi dei due partiti di ridefinire strategia e immagine politica. Alle elezioni amministrative di primavera i consensi che Lega e Pdl hanno perso per strada sono finiti o nell’astensione o hanno ingrossato le fila di un’altra formazione populista, il Movimento Cinque Stelle guidato dal comico Beppe Grillo. Di certo nella nostra opinione pubblica continuano a sedimentare, o forse perfino si stanno allargando, disaffezione e insofferenza per il sistema politico e apprezzamento per scorciatoie e suggestioni demagogiche. Le ragioni che alimentano questa persistente e inquietante minaccia populista meritano di essere meditate attentamente. Il fenomeno, notoriamente, non è solo italiano: nessun paese europeo ne è immune. In Italia esso assume però una continuità e un’aggressività particolare. Con ogni probabilità al fondo di questo fenomeno inquietante vi è proprio la povertà e la debolezza della politica. Da tempo essa ha perso la capacità di rappresentanza e l’autorevolezza per indicare dove andare. Tutto ciò si è ulteriormente accentuato durante questi anni di crisi: la politica “responsabile” sa dire solo che bisogna “rassicurare i mercati”. Si tratta di un mantra ripetuto ossessivamente, cui devono corrispondere inesorabilmente tutte le essenziali scelte politiche. Proposte e ricette politiche sono fissate dalla potentissima tecnostruttura globale. Essa non ha nessuna legittimazione democratica ed è composta, generalmente, dalle stesse persone che hanno portato il mondo verso la crisi. Eppure i governi e le forze politiche devono semplicemente applicare e adattare ai vari contesti nazionali gli orientamenti e le decisioni fissate dagli organismi che presiedono alla finanza e all’economia globale. Essi parlano a un tempo il linguaggio della ragionevolezza e della inesorabilità: sono generosi di buoni consigli, ma anche inflessibili, perfino spietati (alla Grecia hanno perfino chiesto di abbattere il salario minimo!). Essi indicano una sola strada possibile, non accettano oscillazioni e defezioni, ma lo dicono sempre con tatto e con garbo. Non ricorrono mai a minacce: se qualcuno non segue i loro consigli incorrerà - purtroppo, aggiungerebbero - nella punizione di un soggetto impersonale, i “mercati”. Questi nuovi signori del mondo sono affabili e sorridenti, vestono perfino in casual, come quelli che nei giorni scorsi, dopo aver parcheggiato i propri jet personali, si sono incontrati in una località di vacanza dell’Idaho per un seminario di lavoro. Semplicemente, essi ribadiscono a ogni passo che non ci sono margini per sfuggire alla loro volontà. È inesorabile che tutto ciò alimenti uno sconcerto e un fastidio diffuso e che a lungo andare provochi la ribellione della “piccola gente”. Proprio come accadde nell’America a cavallo tra Ottocento e Novecento quando l’arroganza e lo strapotere dei nuovi “baroni” provocò la rivolta populista dei piccoli proprietari agrari. Fu quella la prima protesta populista nel mondo occidentale: essa ricorda e contiene alcuni aspetti dell’ondata populista che si sta formando nel nuovo mondo globale.
3 – La politica sembra stretta in una morsa tra la spietata ragionevolezza imposta della super - élite globale e la confusa e inconsulta protesta populista. Lo scenario al momento sembra occupato solo da due narrazioni, quella potente dell’élite tecno – globale e quella arruffata e semplificatoria della protesta populista. Il punto essenziale sta proprio qui, ovvero se è possibile allentare questa morsa paralizzante e soffocante. Le forze “responsabili” sono schiacciate in un’identificazione innaturale con la super – élite globale: sembrano costrette ad accettare e applicare ogni suggerimento e orientamento della tecnostruttura economico – finanziaria globale. Ogni tanto qualche scatto di dignità come, qui in Italia, con una legge su lavoro meno indecente di quanto richiesto, ma il tutto sempre di rimbalzo, tra mille remore, incertezze e preoccupazioni. Nulla che lasci intravedere un’altra lettura della crisi, un’altra griglia di priorità, un altro discorso. Serve qualcosa di più. Bisogna ritrovare la capacità di declinare assieme responsabilità e cambiamento. In altre parole, è urgente mettere in campo un’altra narrazione, un altro logos, inteso - suggerisce Mauro Magatti nel suo ultimo saggio – come la “capacità di raccogliere (e legare/ legein) attorno a un filo … la molteplicità delle esperienze”, di “trascendere e integrare i frammenti in una direzione”. In poche parole, servirebbero forze responsabili, ovvero “non populiste”, capaci di indicare altri obiettivi e un altro percorso. Mentre l’élite globale ripete ossessivamente che bisogna “rassicurare i mercati” servirebbe uno scarto, a un tempo radicale e ragionevole, per fissare altre finalità. È l’accavallarsi stesso dei problemi ad indicarci le due idee centrali attorno a cui ricostruire un altro ragionamento: democrazia e bene comune. Esse appaiono come il nucleo di un’altra possibile narrazione, di un altro logos con cui costruire una griglia di scelte e di priorità. “Democrazia”, innanzitutto. Essa subisce un grave vulnus quotidiano proprio in quell’Europa dove vengono prese le decisioni più importanti in modo opaco, in organismi privi di legittimazione democratica. Da qui una possibile stringente conclusione operativa: accantonare le discussioni sulla riforma della Costituzione italiana che si trascinano in modo inconcludente da vent’anni e spostare tutta la discussione sull’impossibilità di continuare a operare in un’Europa dove c’è una moneta senza uno stato e dove operano poteri ultrapotenti senza la cornice di una Costituzione democratica. “Bene comune” è un concetto antico, tanto e forse perfino più di quello di democrazia. Anch’esso però sta tornando di prepotente attualità proprio perché minato nei suoi presupposti: esso è stato buttato fuori dal discorso pubblico nella convinzione che l’autoregolamentazione dei mercati rendesse superfluo pensarlo e costruirlo. I mercati, si è argomentato con una virulenza che non accettava obiezioni, sono in grado di garantire “naturalmente” le migliori soluzioni possibili. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proprio per questo “bene comune” oggi è un obiettivo che ritorna, da ridefinire e riconquistare. Esso implica un’azione lunga e tenace per riportare sotto controllo quei “mercati” che sembrano essersi autonomizzati dalla volontà umana e fanno gravare sul nostro orizzonte una minaccia permanente di instabilità e insicurezza. Nel contempo esso richiede il coraggio di riproporre e ripensare le questioni del legame sociale e del sistema di protezione: isolamento e solitudine sono le minacce più inquietanti che stanno corrodendo il nostro tessuto sociale. Detto in altre parole, si tratta di optare per una “bussola umanistica” con cui costruire giorno per giorno un’altra narrazione, con cui spezzare la falsa alternativa tra il razionalismo disumanizzante dell’élite globale e la pericolosa e inconcludente reazione populista. Con la speranza che un nuovo discorso umanistico renda possibile anche riassorbire - almeno in parte - quegli umori populisti nei quali, in forme non di rado perfino allarmanti e minacciose, si convogliano motivi reali di inquietudine e di disagio.
domenica 12 agosto 2012
La controreplica di Antonio Carioti
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la controreplica di Antonio Carioti (qui la replica di Ferruccio Capelli alla recensione del 31 luglio scorso sul Corriere) nell'intento di far crescere il dibattito intorno ai temi di cui si tratta.
Purtroppo quando lo spazio è esiguo, come capita sui quotidiani, si finisce per usare espressioni tagliate con l’accetta. Ammetto quindi che la formula “una disastrosa regressione di portata mondiale” non corrisponde perfettamente al panorama più complesso che Ferruccio Capelli traccia nel suo libro circa gli eventi dal 1980 ad oggi. Resta però che il suo giudizio è duramente negativo: non dimentichiamo che l’espressione “rivoluzione passiva”, da lui adottata, venne usata da Antonio Gramsci per definire il fascismo. Resta anche il mio dissenso su tre punti, che espongo rapidamente. 1. L’ascesa di Paesi come l’India e la Cina, che ha visto centinaia di milioni di persone uscire dalla povertà, dimostra che la liberalizzazione dei mercati a livello globale ha anche effetti positivi: per i cinesi i “trent’anni d’oro” (nonostante Tiananmen) sono quelli ora alle nostre spalle, non certo il periodo 1950-80, che portò a quel Paese guerra (in Corea), carestie bibliche, epurazioni e ondate di fanatismo distruttivo. 2. A meno di voler credere alla propaganda di Berlusconi, è improprio definire “liberista” il centrodestra italiano, che ha svolto invece una politica corporativa e clientelare: in Italia le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono state quasi tutte opera del centrosinistra o di governi “tecnici” invisi al Cavaliere. 3. La critica più o meno “indignata” al neoliberismo, in cui peraltro eccelle Giulio Tremonti, non è un fenomeno recente, visto che la stessa espressione “pensiero unico” è stata coniata da Ignacio Ramonet 17 anni fa: se finora essa ha prodotto soltanto le “tracce” di cui parla Capelli, è perché ha una natura prevalentemente protestataria (del tutto legittima, s’intende), che la rende inadatta a fornire indicazioni praticabili per rimediare alla crisi attuale.
Antonio Carioti, 11 agosto 2012
Purtroppo quando lo spazio è esiguo, come capita sui quotidiani, si finisce per usare espressioni tagliate con l’accetta. Ammetto quindi che la formula “una disastrosa regressione di portata mondiale” non corrisponde perfettamente al panorama più complesso che Ferruccio Capelli traccia nel suo libro circa gli eventi dal 1980 ad oggi. Resta però che il suo giudizio è duramente negativo: non dimentichiamo che l’espressione “rivoluzione passiva”, da lui adottata, venne usata da Antonio Gramsci per definire il fascismo. Resta anche il mio dissenso su tre punti, che espongo rapidamente. 1. L’ascesa di Paesi come l’India e la Cina, che ha visto centinaia di milioni di persone uscire dalla povertà, dimostra che la liberalizzazione dei mercati a livello globale ha anche effetti positivi: per i cinesi i “trent’anni d’oro” (nonostante Tiananmen) sono quelli ora alle nostre spalle, non certo il periodo 1950-80, che portò a quel Paese guerra (in Corea), carestie bibliche, epurazioni e ondate di fanatismo distruttivo. 2. A meno di voler credere alla propaganda di Berlusconi, è improprio definire “liberista” il centrodestra italiano, che ha svolto invece una politica corporativa e clientelare: in Italia le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono state quasi tutte opera del centrosinistra o di governi “tecnici” invisi al Cavaliere. 3. La critica più o meno “indignata” al neoliberismo, in cui peraltro eccelle Giulio Tremonti, non è un fenomeno recente, visto che la stessa espressione “pensiero unico” è stata coniata da Ignacio Ramonet 17 anni fa: se finora essa ha prodotto soltanto le “tracce” di cui parla Capelli, è perché ha una natura prevalentemente protestataria (del tutto legittima, s’intende), che la rende inadatta a fornire indicazioni praticabili per rimediare alla crisi attuale.
Antonio Carioti, 11 agosto 2012
sabato 11 agosto 2012
In risposta alla recensione di Antonio Carioti
Sul Corriere di martedì 31 luglio è apparsa una recensione di “Indignarsi è giusto” (Mimesis 2012) molto polemica, ma soprattutto approssimativa e confusa. Ovviamente so bene che una recensione è sempre un atto di cortesia, tanto più quando viene ospitata da un autorevole quotidiano come il Corriere. Può capitare però che il giornalista, forse per la fretta o forse per allergia alle tesi con cui si confronta, tracci una sintesi fuorviante del libro che sta recensendo, polemizzando in modo irruento e “manicheo” con argomenti di cui non vi è traccia alcuna nel testo scritto.
L’articolo Il fiato corto della critica “indignata” al liberismo a firma di Antonio Carioti rende irriconoscibili le tesi di fondo sostenute nel mio libro.
Il saggio si propone di andare alle radici della crisi attuale ed indica nel 1979–80 una data–spartiacque della storia contemporanea. Da qui, si argomenta, inizia una “nuova grande trasformazione”, una vera e propria “rivoluzione passiva” simile per portata e per implicazioni a quella che segnò l’avvento della modernità: un fenomeno quindi in nessun modo riducibile a quella “disastrosa regressione di portata mondiale” cui, fantasiosamente, fa riferimento la recensione. Questo imponente processo di trasformazione, si aggiunge, si è differenziato radicalmente dai trent’anni precedenti, “i trent’anni d’oro” del dopoguerra, perché ha rovesciato il “paradigma dell’inclusione”: esso si è realizzato all’insegna della crescita delle disuguaglianze, in ogni singolo paese e su scala globale. Il liberismo, insomma – questa la tesi di fondo del libro - non ha frenato lo sviluppo, ma vi ha impresso quel segno radicalmente sregolato che a lungo andare ha provocato l’attuale crisi globale, la più grave dal 1929.
Per quanto riguarda l’Italia il libro cerca di spiegare radici e ruolo dei populismi, nella doppia variante berlusconiana e leghista: in nessun altro paese occidentale essi hanno avuto un’intensità, una continuità e un peso paragonabili a quelli avuti nel nostro paese. In realtà, ecco il fenomeno sottolineato, liberismo e populismo si sono intrecciati profondamente: qui sta la particolarità della vicenda italiana. Entrambi i leader della destra italiana si sono fatti interpreti dell’umore generale del tempo e hanno intonato elogi sperticati al liberismo, salvo poi contraddirli con la demagogia populista. La lunga paralisi italiana va ricondotta – si sostiene nel libro - proprio alla commistione e alla sovrapposizione dei due discorsi all’interno stesso della retorica di Forza Italia e della Lega. Da qui quel mix micidiale in cui individualismo radicale e disprezzo delle regole si sono sommati alla demagogia sociale. Il risultato è stato l’ aumento della spesa pubblica e della pressione fiscale più l’indebolimento e perfino il dileggio della funzione dello stato.
La recensione si conclude riconoscendo la fondatezza di alcune critiche rivolte ai meccanismi della finanza globale. Viene omesso però il punto centrale del ragionamento, ovvero la riflessione sul peso e sull’influenza di quel “pensiero unico” che ha accompagnato la lunga stagione liberista. La novità oggi sta nel fatto che il rullo compressore del pensiero unico liberista, dopo cinque anni di crisi, comincia a scricchiolare. Nel mondo si sta delineando un nuovo “pensiero critico”: esso cammina sulle gambe non di piccoli gruppi radicali, ma dei tanti che hanno verificato l’inconsistenza dell’autoregolamentazione del mercato, che non accettano più la riduzione del discorso pubblico all’economia, che cercano di riscoprire la politica e – ecco la tesi conclusiva di “indignarsi è giusto” – di ritrovare una “bussola umanistica”.
Sono i fatti stessi che spingono a questa critica del pensiero unico e ad avviare la ricerca di strade nuove. Il percorso – nel libro è ampiamente sottolineato - è lungo e complesso: al momento se ne intravedono solo “tracce”. Non per questo esse meritano di essere banalizzate.
domenica 13 maggio 2012
14 maggio alle ore 18: "Indignarsi è giusto"
Domani sera alle 18 in Casa della Cultura in via Borgogna 3 presenteremo in anteprima il mio nuovo libro "Indignarsi è giusto" (Mimesis, in uscita il 16 maggio). Un contributo al dibattito e una sintesi del nostro impegno in Casa della Cultura. Interverranno con me Don Virginio Colmegna, Carmen Leccardi, Pietro Modiano, Massimo Rebotti, Salvatore Veca.
Qui potete visualizzare il comunicato stampa.
martedì 13 marzo 2012
Benvenuti
Benvenuti nel nuovo blog di Ferruccio Capelli, direttore della Casa della Cultura di Milano.
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