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martedì 30 giugno 2015

Astensionismo dilagante la grande questione


A quanto sembra ci si abitua a tutto, rapidamente. Anche ad un astensionismo record, che cresce ormai a due cifre ad ogni tornata elettorale. La prima volta accadde in occasione delle elezioni regionali siciliane: fu quella la prima occasione in cui, in un'elezione importante, si scivolò sotto la soglia del cinquanta per cento. Poi fu la volta dell'Emila Romagna: allora si toccò la soglia record del trentasette per cento dei votanti, o meglio del 63 (sessantatre!) %  di astensioni. Questa volta era nell'aria qualcosa di simile e infatti, puntualmente, la percentuale degli elettori si è fermata poco sopra il cinquanta per cento, il dieci per cento in meno rispetto alle precedenti regionali. Solo che, si sente dire, siccome era prevista, ormai non fa notizia e possiamo discutere d'altro.

Proviamo invece a ragionare seriamente. Si sente dire che l'astensionismo sarebbe fisiologico nelle democrazie mature, salvo poi non riuscire a motivare perché vi sarebbe proprio ora un'accelerazione perfino vertiginosa del fenomeno. A tutt'oggi nessuno ha osato argomentare che abbiamo improvvisamente raggiunto la maturità democratica: questo, almeno per il momento, ci è stato finora risparmiato.
Circolano altre motivazioni, indubbiamente più serie e più vicine al vero, quali il peso degli scandali a ripetizione e le divisioni interne alle varie formazioni o schieramenti politici. Ognuna di queste argomentazioni contiene una parte di verità, ma non esaurisce il problema.

Al fondo c'è qualcosa di più. Bisogna ragionare sul fatto che l'astensionismo dilaga non solo in Sicilia e in Calabria, realtà tradizionalmente con bassa affluenza elettorale, ma anche in Emilia, in Toscana, in Liguria e nelle Marche, in regioni dove non tantissimo tempo fa si recava alle urne oltre il novanta per cento degli elettori. Si astengono cittadini che prima erano orgogliosi di andare a votare: per loro il voto era un diritto e un dovere fondamentale. Se oggi questo elettorato non partecipa al voto significa che questo elettorato non si trova più rappresentato nel sistema politico.
Si tratta di una crisi grave nella nostra democrazia. Rappresentanza politica e mondi sociali non riescono più a incontrarsi, sono disallineati, si muovono su logiche non convergenti. Detto altrimenti, un pezzo grande di società non trova più propri rappresentanti nel sistema politico.

Tanti fattori, probabilmente, confluiscono qui: la caduta delle narrazioni e lo svuotamento delle identificazioni simboliche, l'assenza di chiare e profonde distinzioni tra i protagonisti politici, la cacofonia dei linguaggi pubblici sempre più urlati ma anche sempre più uguali tra di loro, l'intasamento o lo smantellamento dei canali di scorrimento tra i partiti e i corpi intermedi, la confusione e la casualità dei programmi e delle scelte ecc. Tutti fatti noti, sviluppatisi e aggravatisi in un lungo periodo di tempo, i quali, però, assommandosi e intrecciandosi gli uni agli altri, a questo punto provocano l'implosione del nostro sistema politico. Esso oggi è gravemente azzoppato: difficile pensare che in queste condizioni possa avere l'autorevolezza per impostare e affrontare le impegnative scelte che sarebbero necessarie per rimettere in movimento il paese.

Ultima considerazione, last but not least: questa crisi non tocca solo una parte del sistema politico. Essa colpisce a destra e a sinistra.  Detto altrimenti un pezzo grande della destra e un pezzo grande della sinistra non si trovano più rappresentati nel sistema politico. Il problema non si preannuncia di facile soluzione: proviamo almeno ad impostarlo con chiarezza.


Un filosofo in casa della cultura


Mercoledì prossimo, il 27 maggio, alle ore 18 ci stringeremo attorno a Fulvio Papi. Vogliamo festeggiare con lui il suo ottantacinquesimo compleanno e ringraziarlo per il lungo, ininterrotto e generoso impegno pubblico, culturale e civile.

La sua vita, lunga e intensa, si è intrecciata profondamente con quella della Casa della Cultura. Egli è stato allievo di Antonio Banfi, del grande filosofo che ha fondato questa istituzione e vi ha impresso un marchio indelebile: fu suo assistente all'Università e dopo la morte del maestro ha continuato con tenacia a valorizzarne il lascito culturale.

Fulvio Papi era ancora un ragazzo liceale quando mise piede in via Filodrammatici nella nostra prima sede. Da allora il suo rapporto con la Casa della Cultura non si è mai interrotto. Cominciò a collaborare prestissimo e, con il passare degli anni, è diventato un punto di riferimento dell'attività culturale di via Borgogna.

Negli ultimi trent'anni, raggiunta un'indiscussa autorevolezza culturale nel panorama filosofico italiano, ha animato ininterrottamente gli incontri filosofici in Casa della Cultura: per trent'anni ha curato e diretto un 'seminario ' di incontri filosofici in cui si sono confrontati i più autorevoli studiosi italiani.

Ogni giorno, per tanti anni, il suo straordinario bagaglio di competenze culturali è stato a disposizione di chi ha frequentato e ha diretto la Casa della Cultura. Le conversazioni con Papi, i suoi consigli elargiti sempre con garbo, con discrezione e con generosità, hanno arricchito più generazioni di studiosi e di operatori culturali.

Oggi Fulvio Papi si avvicina agli ottantacinque anni. A noi tutti sembra giusto raccoglierci un attimo attorno a lui per manifestargli la nostra riconoscenza. Come è giusto fare nei confronti di una persona che riconosciamo come maestro per i suoi 'oltre sessant'anni di impegno culturale e morale '.

mercoledì 15 ottobre 2014

Una “Scuola” di cultura politica


Fra pochi giorni, a metà ottobre, per il quinto anno consecutivo, la Casa della Cultura di Milano avvia la sua “scuola” di cultura politica. Un’operazione impegnativa in tempi in cui la politica sembra ridotta a esibizione di leader e a spettacolo mediatico, in cui la militanza politica e le stesse strutture politiche vengono “rottamate”, in cui il messaggio politico è drasticamente semplificato.
Il programma della “scuola” non prevede la presenza di leader politici ed è anche svincolato dalla cronaca e dalla piccola polemica quotidiana. E’ un invito a ragionare in profondità su quanto sta accadendo, a recuperare il senso e il gusto dei pensieri lunghi. Insomma, questa “scuola” di cultura politica oggi vuole essere ed è una vera e propria sfida culturale.

Continua a leggere l'articolo alla pagina Interventi

lunedì 22 settembre 2014

Appunti su quindici anni di vita culturale


Quindici anni di vita culturale milanese e italiana visti e vissuti da dietro la "porta rossa" di via Borgogna.
Lo sfilacciamento culturale dei tardi anni Novanta. La vigorosa ripresa del pensiero critico nei primi anni del nuovo secolo. Lo shock della "grande crisi", l'indignazione e i rischi di rassegnazione. Le trasformazioni strutturali della vita culturale sotto l'impatto delle nuove tecnologie e della globalizzazione.

Una proposta culturale: la ricostruzione di un umanesimo illuministico.

Leggi l'articolo

giovedì 8 maggio 2014

Edizioni Casa della Cultura


Mi fa piacere segnalare la nuova operazione culturale della Casa della Cultura: abbiamo deciso di avviare una nostra casa editrice, “Edizioni casa della cultura”. Essa proporrà ebook, editorialmente assai accurati, in standard e.pub, fruibili quindi con ogni tipo di lettore di libri elettronici.

Da lunedì 5 maggio in tutte le principali librerie “virtuali” si possono trovare, al prezzo di euro 2,49, i primi volumetti contenenti le grandi lezioni della nostra “Scuola di cultura politica”. Iniziamo con i testi di Salvatore Veca ("Invito all’immaginazione politica" - nella foto, la copertina), di Rocco Ronchi (Critica del pensiero unico), di Anna Maria Carabelli (Alle radici della crisi economica) e di Walter Tocci (Crisi della politica e dignità della politica). Seguiranno le altre lezioni della “scuola”, al ritmo di due uscite ogni settimana.

Si tratta di ebook di grande valore culturale che indagano i profondi cambiamenti del nostro tempo e offrono uno strumento prezioso per forgiare un nuovo pensiero critico. Il nostro intento è raccogliere e amplificare gli incontri, i dibattiti, le lezioni che si tengono in Casa della Cultura perché diventino parte di un confronto di idee sempre più vasto e perché raggiungano ascoltatori e lettori che non hanno l’opportunità di frequentare la nostra sede.

Proponiamo volumetti agili, con trattazioni brevi ma rigorose e approfondite. Sono libri che si possono leggere facilmente e rapidamente ma che non concedono nulla alla superficialità e alla spettacolarizzazione che stanno devastando il dibattito pubblico.

Insomma, un tentativo coraggioso ma ragionato di usare le nuove tecnologie per fare circolare lo stile e il messaggio della Casa della Cultura.

Chi desidera ulteriori informazioni può consultare il nostro sito: www.casadellacultura.it .

venerdì 4 aprile 2014

Resistenza pedagogica


Un gruppo di pedagogisti ha organizzato in Casa della Cultura, sabato 29 marzo, un convegno in ricordo di Ettore Gelpi, dal titolo "Resistenza pedagogica". Mi hanno chiesto un intervento che potete leggere qui, nella sezione Interventi.

(Foto dal sito ConTatto Cemea Veneto)

lunedì 31 marzo 2014

Gli studenti e il Pci negli anni incandescenti

 
Ho ricevuto un invito per partecipare a un convegno, che si terrà a Firenze il 9 e il 10 maggio, sul movimento studentesco tra il 1968 e il 1978. Per l'occasione, ho preparato un testo che propone una riflessione su quegli anni incandescenti; lo potete leggere qui, nella pagina Interventi.


mercoledì 24 luglio 2013

La “Scuola di cultura politica” riparte in autunno. Le ragioni di una scelta


È un momento strano e difficile della vita pubblica italiana. C’è un governo che nessuno avrebbe mai voluto, ma alla fin fine è risultato l’unico possibile. La situazione economica si mantiene stabilmente sul brutto: ogni giorno un piccolo passo indietro dentro questa lunga, interminabile recessione. Il dibattito pubblico è povero e asfittico come non mai: si discute solo di IMU, sì o no. Forse è l’ultimo successo di Berlusconi: costringere per l’ennesima volta a discutere di ciò che lui desidera mettere al centro della discussione.
Il paese, tutti lo sanno, avrebbe bisogno di altro, ma al momento non si intravede chi, dove e quando inizierà a cambiare le cose. Difficile dare senso all’impegno politico in questa situazione.

In Casa della Cultura abbiamo deciso di aggirare il problema. Qualche vecchio maestro appassionato di scacchi avrebbe detto: state tentando il “salto del cavallo”. Invece di procedere linearmente in una situazione tanto vischiosa abbiamo deciso di saltare l’ostacolo, di evocare una bella politica, impegnata nell’analisi, nella ricerca, nella discussione e nella proposta sul medio e lungo periodo. Metteremo tutto questo al centro di un progetto di formazione politica ad alto livello, cercheremo di coinvolgere nello studio e nella riflessione quanti più giovani sia possibile. Insomma, se la situazione oggi è tanto problematica, ci impegniamo a seminare per il futuro.

Questa, all’incirca, è la riflessione che abbiamo fatto quando abbiamo deciso di preparare per il prossimo anno la nostra Scuola di cultura politica. Al centro del programma, delle trentadue lezioni e tavole rotonde, abbiamo messo l’Italia di oggi, la sua incertezza e la sua crisi, “la sindrome del declino”. Ma abbiamo anche cercato, nella seconda parte del programma, di mettere a fuoco le ragioni del cambiamento, quelle idee nuove che possono favorire una crescita compatibile, con l’ambiente, con la società, con la cultura.

Terranno le lezioni e discuteranno con noi alcuni tra i più autorevoli studiosi italiani, da Settis a De Mauro, da Donolo a De Cecco, da Lupo a Rodotà, da Pievani a Berta e tanti altri. Si tratta di un programma forte, impegnativo: può stimolare la ricerca, la discussione, la diffusione di idee nuove. Per questo ci auguriamo che incontri l’attenzione di tanti, soprattutto di tanti giovani. Ce n’è davvero bisogno!

giovedì 28 febbraio 2013

Stéphane Hessel, l’indignazione, l’Italia

Una riflessione scritta per il mio blog La cultura è vita, L'Unità on line.

L’altra notte a Parigi si è spento Stéphane Hessel, un protagonista della Resistenza francese e di altre importanti pagine della storia del ‘900. Il suo piccolo pamphlet, “Indignez vous”, ha venduto all’incirca quattro milioni di copie. Ad esso si è ispirato un imponente movimento di massa e d’opinione che nel 2011 ha attraversato tutto il mondo e ha scosso interi paesi.
In Italia non vi sono state mobilitazioni di massa all’insegna dell’indignazione: non per questo il fenomeno ha agito meno in profondità. Essa si è diffusa nell’opinione pubblica e si è manifestata direttamente, in forme addirittura esplosive, nelle urne elettorali.
Nei mesi passati ho invitato con tutte le mie energie a prendere seriamente in considerazione l’onda potente, per quanto sotterranea, di indignazione che stava attraversando il nostro paese. Nel maggio scorso ho pubblicato “Indignarsi è giusto”. Nel mesi successivi mi sono impegnato in decine di presentazioni di questo libro e nei mesi scorsi mi sono presentato alle elezioni regionali ricordando sempre, ad ogni passaggio, che dovevamo fare i conti con questo moto di opinione.
La mia tesi, al fondo, era molto semplice. Possiamo raccogliere e interpretare positivamente questa “indignazione”, farne il supporto ideale di un nuovo progetto di governo. Per fare questo però non dobbiamo mai dimenticare le radici vere di questa grande crisi, ovvero chi l’ha provocata e ne è responsabile, e dobbiamo dare la certezza di un impegno risoluto per una politica solo ed esclusivamente al servizio del bene comune.
Il partito cui sono iscritto e nelle cui liste mi sono presentato alle elezioni, il Pd, ha raccolto solo a tratti, con voce flebile, questa sollecitazione. L’indignazione è stata invece cavalcata da un altro partito, quel “Movimento 5 stelle” che è così riuscito a vincere le elezioni. Nella bocca di Beppe Grillo, però, l’indignazione si è trasformata in rabbia scomposta, aggressiva e punitiva.
Qui sta una delle ragioni, forse la più importante, dello scacco elettorale che abbiamo subito e della grave crisi politica che si è aperta con il voto del 24 e 25 febbraio.

lunedì 19 novembre 2012

Per una radicale discontinuità, come nella “Primavera milanese”

Verso le Elezioni Regionali. Da La Talpa Democratica.it


La posta in gioco stavolta è davvero grossa: la Regione Lombardia, ovvero la regione più grande e più sviluppata d’Italia, di importanza pari alla Svizzera o all’Austria.
Sotto l’incalzare delle inchieste della Magistratura il blocco formigoniano si è sfaldato. La destra è sotto shock, profondamente divisa: questa volta il centrosinistra ha davvero la possibilità di conquistare la Regione.
Si tratta di evitare errori. Nella discussione per la scelta dei candidati alla Presidenza c’è stata un po’ di confusione. Per diradare ombre e perplessità serve ora un’immersione tra la gente, un vero dibattito pubblico sui candidati e sul loro programma. Il primo a trarne vantaggio sarà Umberto Ambrosoli, il candidato attorno al quale sta convergendo un ventaglio ampio di forze.
Il punto essenziale è costruire un messaggio di radicale discontinuità. Si pensi alle elezioni siciliane di poche settimane fa: astensionismo record e, là dove la destra ottenne il famoso “61 a zero”, vittoria di un candidato di rottura. In realtà tra i cittadini italiani la preoccupazione per la crisi si mescola e si intreccia con il disgusto per il degrado del sistema politico: da qui una domanda impetuosa, anche se confusa, di cambiamento.
Bisogna raccogliere l’indignazione diffusa, ricostruire fiducia e speranza, proprio come accadde durante la “primavera milanese”. Quell’esperienza è densa di insegnamenti preziosi. Attorno al candidato sindaco si raccolsero in quei mesi partiti e cittadini, si mobilitò un fittissimo tessuto associativo, vennero immesse nella discussione esperienze e idee fino a quel momento disperse e sommerse. Tutto un mondo venne alla luce, trovò motivazioni, si impegnò con passione e entusiasmo.
In queste ormai prossime elezioni si tratta di inventare e fare vivere qualcosa di simile. Il “progetto civico” di cu si parla deve significare rottura con il passato, protagonismo dei cittadini e coraggio nell’afferrare e gettare in campo idee nuove.

venerdì 9 novembre 2012

Obama, altri quattro anni

Post da La Talpa Democratica.


Obama ha vinto. Senza le promesse e senza le speranze di quattro anni fa. Ma ha vinto, ed è una buona cosa. Con lui ha vinto l’America aperta, tollerante, dialogante con il mondo. Ha perso l’America che si pensa come una fortezza e che ama esibire i muscoli. L’esito delle elezioni è stato incerto fino all’ultimo. Su Obama ha gravato la “grande crisi”. Quando venne eletto la crisi era ai suoi inizi, ma in quattro anni essa non è stata debellata. Il Presidente ha convissuto con il disordine finanziario, con il primo declassamento del debito americano da parte delle agenzie di rating, con l’aggravarsi delle disuguaglianze e con una disoccupazione endemica. Obama ha cercato il compromesso con i responsabili della crisi: ha dato priorità al salvataggio delle istituzioni finanziarie e ha messo in posti chiave del suo governo uomini di fiducia di Wall Street. Ha avuto però un’accortezza: ha salvato anche pezzi del sistema produttivo americano e ha tenuto aperta la porta ad “un altro discorso”. Il secondo mandato, si è soliti dire, dà più libertà e più forza al Presidente: dovrebbe essere l’occasione per uscire dalla difensiva e per avviare e dare sostanza a quel disegno riformatore tante volte ventilato. Un grande Presidente democratico del secolo scorso, F. Delano Roosevelt, seppe fronteggiare la crisi del 1929 con un progetto e con scelte profondamente innovativi. Oggi il mondo intero chiede all’America di Obama qualcosa di simile: determinazione, coraggio, idee nuove. Si tratta, in primis, di domare Wall Street per mettere sotto controllo il potere illimitato della finanza, di rimettere in moto la crescita, di ridurre le disuguaglianze, di ridare senso e fiducia alla democrazia, di delineare nuove finalità e nuovi traguardi per l’America e per il mondo. Questi compiti sono stati tanti volte splendidamente evocati dalla retorica di Obama: ora servono la capacità e la forza per passare ai fatti.

Immagine tratta da www.barackobama.com

lunedì 5 novembre 2012

Questione morale. Vent’anni dopo Tangentopoli

Dal blog collettivo La talpa democratica.

1992: scoppia Tangentopoli. 2012: il paese riprecipita in una nuova Tangentopoli. Sotto accusa i tesorieri della Lega e della disciolta Margherita. Tre grandi Regioni, Sicilia, Lazio e Lombardia, verso le elezioni anticipate e un comune capoluogo, Reggio Calabria, sciolto per mafia. Nel ‘92 i tesorieri dei partiti venivano indagati per finanziamento illecito: oggi sono sotto accusa perché si sono messi nelle proprie tasche i soldi dei loro partiti. Nel frattempo le cosche cercano di mettere le mani perfino sulla Regione Lombardia.
E’ la fine della Seconda Repubblica. Nata a seguito dell’esplosione della questione morale essa si sta disfacendo per il riemergere della questione morale. Evidentemente c’era qualcosa di sbagliato nelle strade imboccate dopo il ‘92.
Un problema macroscopico ha segnato il centrodestra. Esso, dopo il ‘92, si è riorganizzato attorno a un leader che ha esibito la spregiudicatezza come un valore. Il messaggio di Berlusconi, sostenuto da un imponente apparato mediatico – spettacolare, è stato costruito proprio sulla contrapposizione tra regole ed energie vitali: il leader era l’interprete di uno spirito di intraprendenza che non accettava e non doveva essere intralciato da un sistema di regole. L’effetto è stato micidiale: il berlusconismo ha “sdoganato” l’illecito nella vita pubblica. Per i ciellini, abituati a teorizzare disinvoltamente che “il fine giustifica ogni mezzo”, è stato facile accodarsi e trovare un modus di convivenza. Da qui le tristi vicende segnalate dalle cronache lombarde.
Ma c’è dell’altro. Durante questo ventennio si è dissolta la capacità delle forze politiche, a destra ma anche a sinistra, di esprimere differenti idee di società. Si è accettata e interiorizzata la dissoluzione delle narrazioni politiche: l’orizzonte della politica si è rinchiuso nella gestione dell’immediato, anzi del contingente. Il risultato è stata una “piccola politica”, senza visioni e senza slanci ideali.
A quel punto la strada della politica era spianata per mestieranti e affaristi.

lunedì 22 ottobre 2012

Queste primarie. Così diverse...

Breve articolo pubblicato in forma di post per il blog La talpa democratica il 18 ottobre 2012.

Si fa presto a dire primarie. In realtà ogni primaria ha una storia e una logica particolare. Vi sono state primarie di coalizione con funzione legittimante, come nel 2006 per la candidatura di Prodi. Vi sono state le “primarie dei sindaci”, segnate da gravi incidenti a Napoli e a Palermo, ma anche dalla partecipazione e dalla passione a Milano e in tante altre città. Vi sono state anche primarie di partito, come quelle per l’elezione di Veltroni e di Bersani a segretari del PD.
Le prossime primarie preannunciano due novità. Innanzitutto i candidati non hanno una comune piattaforma politica: i contendenti parlano linguaggi diversi sulle questioni programmatiche e sulle prospettive politiche. Vendola propone una radicale rottura con l’“agenda Monti”. Renzi reclama una continuità programmatica. Bersani difende i risultati del governo Monti, ma invoca un governo politico con nuove priorità. Insomma, gli elettori non dovranno solo scegliere il candidato ma anche individuare una politica: la coalizione demanda agli elettori la scelta della proposta politica. È una novità non da poco: gli elettori dovranno supplire alla carenza di autorevolezza dei partiti e indicare loro la politica da imboccare.
Ancora: in campo vi sono tre candidati, ma uno di loro gioca in fuorigioco. Renzi compete con gli altri, ma rifiuta di pensarsi in squadra. Non ha partecipato alle riunioni preparatorie del suo partito; ha dichiarato che il vincitore avrà il diritto di fare il “suo” programma; rivendica l’obiettivo di “rottamare” gli altri esponenti politici del suo campo. Si tratta di un inedito: si partecipa alle primarie per mettere in discussione l’impianto politico, ideale e organizzativo delle forze che promuovono le primarie stesse. Il candidato Renzi è avvolto nella bandiera del “nuovo” ma questa novità ha tratti assai ambigui. I cittadini decideranno se alle elezioni parteciperà un uomo, una squadra e un programma del centrosinistra, oppure qualcosa di molto diverso.

martedì 4 settembre 2012

La Lega e il Pdl sono in crisi. Ma la pressione populista resta incombente…

Pubblichiamo l'articolo "Una bussola umanistica" di Ferruccio Capelli per Tamtàm Democratico

1 – È durata all’incirca un anno la lunga agonia dei populismi leghista e berlusconiano, ovvero delle due formazioni che per vent’anni hanno dato il segno alla vita politica italiana: scalzate dal governo a seguito della drammatica crisi finanziaria dell’agosto 2011, alcuni mesi dopo, alle elezioni amministrative della primavera 2012, hanno subito un autentico tracollo elettorale. Entrambe non hanno retto all’inasprirsi della crisi. Nel drammatico passaggio dello scorso agosto Lega e Pdl sono state paralizzate proprio dalle promesse cui erano solite abbandonarsi. Il governo Berlusconi – Bossi è caduto perché impossibilitato a prendere misure urgenti di contenimento del bilancio pubblico: il rifiuto della Lega a ogni intervento sulle pensioni e l’impossibilità del Pdl di ripristinare la tassazione sulla casa hanno reso inevitabile la caduta del governo. Contemporaneamente i due leader, padri padroni dei rispettivi partiti, indeboliti politicamente dalla crisi del governo, non sono riusciti a reggere due bufere mediatico – giudiziarie parallele: Berlusconi ha pagato il prezzo del bunga – bunga e della sua corte dei miracoli mentre Bossi è stato travolto dal Trota, da Belsito e dalla Tanzania. Leghismo e berlusconismo sono accomunati in una medesima parabola politica. Essi si erano affacciati quasi in concomitanza sulla scena politica italiana, assieme hanno poi raggiunto il massimo dell’influenza e del potere e, sempre assieme, hanno ora imboccato la strada del declino, per altro assai rapido. Emersi entrambi nella crisi politica dei primi anni Novanta toccarono l’apice della loro influenza il decennio successivo quando, accantonata la competizione reciproca, siglarono un patto di ferro con il quale garantirono la lunga durata dei governi berlusconiani. La loro ascesa vertiginosa e il loro lungo successo erano dovuti all’abilità e alla determinazione con la quale hanno usato alcuni cliché populisti: l’identificazione dell’elettorato con il leader, la contrapposizione tra il “loro” popolo e gli altri cittadini, la critica aggressiva al resto del sistema politico. Bossi e Berlusconi sono stati infatti due leader carismatici, padri - padroni dei rispettivi partiti; entrambi hanno agitato il loro elettorato contro altri cittadini, fossero essi i meridionali o i comunisti ed ambedue hanno cavalcato la critica contro il vecchio sistema politico, contro Roma – ladrona e le estenuanti mediazioni della politica. Questi punti di forza durante l’ultimo anno, nella stretta della crisi, si sono trasformati in talloni di Achille. La demagogia si è rivelata un’arma spuntata dinnanzi all’aggressione speculativa dei mercati: le promesse spudorate si sono sgonfiate tra le mani e sono state loro rinfacciate dagli elettori. Nel contempo anche il leaderismo, potente arma di semplificazione della lotta politica, si è trasformato in una palla ai piedi: leader appannati e azzoppati sono diventati facile bersaglio del malumore popolare. Insomma, le due formazioni populiste della destra italiana, il populismo mediatico berlusconiano e il populismo etno-escludente bossiano, hanno imboccato la parabola discendente nella stretta della crisi economica.

2 – Il governo formato dai due partiti della destra populista è stato dimissionato: al suo posto sono subentrati Monti e i tecnici. Non per questo la pressione populista si è dissolta nell’aria. La Lega e il Pdl restano ancora in campo, sia pure con traiettorie politiche al momento differenziate: l’una all’opposizione e l’altra in appoggio al governo Monti. Difficile oggi dire che esito avranno i tentativi dei due partiti di ridefinire strategia e immagine politica. Alle elezioni amministrative di primavera i consensi che Lega e Pdl hanno perso per strada sono finiti o nell’astensione o hanno ingrossato le fila di un’altra formazione populista, il Movimento Cinque Stelle guidato dal comico Beppe Grillo. Di certo nella nostra opinione pubblica continuano a sedimentare, o forse perfino si stanno allargando, disaffezione e insofferenza per il sistema politico e apprezzamento per scorciatoie e suggestioni demagogiche. Le ragioni che alimentano questa persistente e inquietante minaccia populista meritano di essere meditate attentamente. Il fenomeno, notoriamente, non è solo italiano: nessun paese europeo ne è immune. In Italia esso assume però una continuità e un’aggressività particolare. Con ogni probabilità al fondo di questo fenomeno inquietante vi è proprio la povertà e la debolezza della politica. Da tempo essa ha perso la capacità di rappresentanza e l’autorevolezza per indicare dove andare. Tutto ciò si è ulteriormente accentuato durante questi anni di crisi: la politica “responsabile” sa dire solo che bisogna “rassicurare i mercati”. Si tratta di un mantra ripetuto ossessivamente, cui devono corrispondere inesorabilmente tutte le essenziali scelte politiche. Proposte e ricette politiche sono fissate dalla potentissima tecnostruttura globale. Essa non ha nessuna legittimazione democratica ed è composta, generalmente, dalle stesse persone che hanno portato il mondo verso la crisi. Eppure i governi e le forze politiche devono semplicemente applicare e adattare ai vari contesti nazionali gli orientamenti e le decisioni fissate dagli organismi che presiedono alla finanza e all’economia globale. Essi parlano a un tempo il linguaggio della ragionevolezza e della inesorabilità: sono generosi di buoni consigli, ma anche inflessibili, perfino spietati (alla Grecia hanno perfino chiesto di abbattere il salario minimo!). Essi indicano una sola strada possibile, non accettano oscillazioni e defezioni, ma lo dicono sempre con tatto e con garbo. Non ricorrono mai a minacce: se qualcuno non segue i loro consigli incorrerà - purtroppo, aggiungerebbero - nella punizione di un soggetto impersonale, i “mercati”. Questi nuovi signori del mondo sono affabili e sorridenti, vestono perfino in casual, come quelli che nei giorni scorsi, dopo aver parcheggiato i propri jet personali, si sono incontrati in una località di vacanza dell’Idaho per un seminario di lavoro. Semplicemente, essi ribadiscono a ogni passo che non ci sono margini per sfuggire alla loro volontà. È inesorabile che tutto ciò alimenti uno sconcerto e un fastidio diffuso e che a lungo andare provochi la ribellione della “piccola gente”. Proprio come accadde nell’America a cavallo tra Ottocento e Novecento quando l’arroganza e lo strapotere dei nuovi “baroni” provocò la rivolta populista dei piccoli proprietari agrari. Fu quella la prima protesta populista nel mondo occidentale: essa ricorda e contiene alcuni aspetti dell’ondata populista che si sta formando nel nuovo mondo globale.

3 – La politica sembra stretta in una morsa tra la spietata ragionevolezza imposta della super - élite globale e la confusa e inconsulta protesta populista. Lo scenario al momento sembra occupato solo da due narrazioni, quella potente dell’élite tecno – globale e quella arruffata e semplificatoria della protesta populista. Il punto essenziale sta proprio qui, ovvero se è possibile allentare questa morsa paralizzante e soffocante. Le forze “responsabili” sono schiacciate in un’identificazione innaturale con la super – élite globale: sembrano costrette ad accettare e applicare ogni suggerimento e orientamento della tecnostruttura economico – finanziaria globale. Ogni tanto qualche scatto di dignità come, qui in Italia, con una legge su lavoro meno indecente di quanto richiesto, ma il tutto sempre di rimbalzo, tra mille remore, incertezze e preoccupazioni. Nulla che lasci intravedere un’altra lettura della crisi, un’altra griglia di priorità, un altro discorso. Serve qualcosa di più. Bisogna ritrovare la capacità di declinare assieme responsabilità e cambiamento. In altre parole, è urgente mettere in campo un’altra narrazione, un altro logos, inteso - suggerisce Mauro Magatti nel suo ultimo saggio – come la “capacità di raccogliere (e legare/ legein) attorno a un filo … la molteplicità delle esperienze”, di “trascendere e integrare i frammenti in una direzione”. In poche parole, servirebbero forze responsabili, ovvero “non populiste”, capaci di indicare altri obiettivi e un altro percorso. Mentre l’élite globale ripete ossessivamente che bisogna “rassicurare i mercati” servirebbe uno scarto, a un tempo radicale e ragionevole, per fissare altre finalità. È l’accavallarsi stesso dei problemi ad indicarci le due idee centrali attorno a cui ricostruire un altro ragionamento: democrazia e bene comune. Esse appaiono come il nucleo di un’altra possibile narrazione, di un altro logos con cui costruire una griglia di scelte e di priorità. “Democrazia”, innanzitutto. Essa subisce un grave vulnus quotidiano proprio in quell’Europa dove vengono prese le decisioni più importanti in modo opaco, in organismi privi di legittimazione democratica. Da qui una possibile stringente conclusione operativa: accantonare le discussioni sulla riforma della Costituzione italiana che si trascinano in modo inconcludente da vent’anni e spostare tutta la discussione sull’impossibilità di continuare a operare in un’Europa dove c’è una moneta senza uno stato e dove operano poteri ultrapotenti senza la cornice di una Costituzione democratica. “Bene comune” è un concetto antico, tanto e forse perfino più di quello di democrazia. Anch’esso però sta tornando di prepotente attualità proprio perché minato nei suoi presupposti: esso è stato buttato fuori dal discorso pubblico nella convinzione che l’autoregolamentazione dei mercati rendesse superfluo pensarlo e costruirlo. I mercati, si è argomentato con una virulenza che non accettava obiezioni, sono in grado di garantire “naturalmente” le migliori soluzioni possibili. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proprio per questo “bene comune” oggi è un obiettivo che ritorna, da ridefinire e riconquistare. Esso implica un’azione lunga e tenace per riportare sotto controllo quei “mercati” che sembrano essersi autonomizzati dalla volontà umana e fanno gravare sul nostro orizzonte una minaccia permanente di instabilità e insicurezza. Nel contempo esso richiede il coraggio di riproporre e ripensare le questioni del legame sociale e del sistema di protezione: isolamento e solitudine sono le minacce più inquietanti che stanno corrodendo il nostro tessuto sociale. Detto in altre parole, si tratta di optare per una “bussola umanistica” con cui costruire giorno per giorno un’altra narrazione, con cui spezzare la falsa alternativa tra il razionalismo disumanizzante dell’élite globale e la pericolosa e inconcludente reazione populista. Con la speranza che un nuovo discorso umanistico renda possibile anche riassorbire - almeno in parte - quegli umori populisti nei quali, in forme non di rado perfino allarmanti e minacciose, si convogliano motivi reali di inquietudine e di disagio.

domenica 12 agosto 2012

La controreplica di Antonio Carioti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la controreplica di Antonio Carioti (qui la replica di Ferruccio Capelli alla recensione del 31 luglio scorso sul Corriere) nell'intento di far crescere il dibattito intorno ai temi di cui si tratta.

Purtroppo quando lo spazio è esiguo, come capita sui quotidiani, si finisce per usare espressioni tagliate con l’accetta. Ammetto quindi che la formula “una disastrosa regressione di portata mondiale” non corrisponde perfettamente al panorama più complesso che Ferruccio Capelli traccia nel suo libro circa gli eventi dal 1980 ad oggi. Resta però che il suo giudizio è duramente negativo: non dimentichiamo che l’espressione “rivoluzione passiva”, da lui adottata, venne usata da Antonio Gramsci per definire il fascismo. Resta anche il mio dissenso su tre punti, che espongo rapidamente. 1. L’ascesa di Paesi come l’India e la Cina, che ha visto centinaia di milioni di persone uscire dalla povertà, dimostra che la liberalizzazione dei mercati a livello globale ha anche effetti positivi: per i cinesi i “trent’anni d’oro” (nonostante Tiananmen) sono quelli ora alle nostre spalle, non certo il periodo 1950-80, che portò a quel Paese guerra (in Corea), carestie bibliche, epurazioni e ondate di fanatismo distruttivo. 2. A meno di voler credere alla propaganda di Berlusconi, è improprio definire “liberista” il centrodestra italiano, che ha svolto invece una politica corporativa e clientelare: in Italia le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono state quasi tutte opera del centrosinistra o di governi “tecnici” invisi al Cavaliere. 3. La critica più o meno “indignata” al neoliberismo, in cui peraltro eccelle Giulio Tremonti, non è un fenomeno recente, visto che la stessa espressione “pensiero unico” è stata coniata da Ignacio Ramonet 17 anni fa: se finora essa ha prodotto soltanto le “tracce” di cui parla Capelli, è perché ha una natura prevalentemente protestataria (del tutto legittima, s’intende), che la rende inadatta a fornire indicazioni praticabili per rimediare alla crisi attuale.
Antonio Carioti, 11 agosto 2012

sabato 11 agosto 2012

In risposta alla recensione di Antonio Carioti

Sul Corriere di martedì 31 luglio è apparsa una recensione di “Indignarsi è giusto” (Mimesis 2012) molto polemica, ma soprattutto approssimativa e confusa. Ovviamente so bene che una recensione è sempre un atto di cortesia, tanto più quando viene ospitata da un autorevole quotidiano come il Corriere. Può capitare però che il giornalista, forse per la fretta o forse per allergia alle tesi con cui si confronta, tracci una sintesi fuorviante del libro che sta recensendo, polemizzando in modo irruento e “manicheo” con argomenti di cui non vi è traccia alcuna nel testo scritto. L’articolo Il fiato corto della critica “indignata” al liberismo a firma di Antonio Carioti rende irriconoscibili le tesi di fondo sostenute nel mio libro. Il saggio si propone di andare alle radici della crisi attuale ed indica nel 1979–80 una data–spartiacque della storia contemporanea. Da qui, si argomenta, inizia una “nuova grande trasformazione”, una vera e propria “rivoluzione passiva” simile per portata e per implicazioni a quella che segnò l’avvento della modernità: un fenomeno quindi in nessun modo riducibile a quella “disastrosa regressione di portata mondiale” cui, fantasiosamente, fa riferimento la recensione. Questo imponente processo di trasformazione, si aggiunge, si è differenziato radicalmente dai trent’anni precedenti, “i trent’anni d’oro” del dopoguerra, perché ha rovesciato il “paradigma dell’inclusione”: esso si è realizzato all’insegna della crescita delle disuguaglianze, in ogni singolo paese e su scala globale. Il liberismo, insomma – questa la tesi di fondo del libro - non ha frenato lo sviluppo, ma vi ha impresso quel segno radicalmente sregolato che a lungo andare ha provocato l’attuale crisi globale, la più grave dal 1929. Per quanto riguarda l’Italia il libro cerca di spiegare radici e ruolo dei populismi, nella doppia variante berlusconiana e leghista: in nessun altro paese occidentale essi hanno avuto un’intensità, una continuità e un peso paragonabili a quelli avuti nel nostro paese. In realtà, ecco il fenomeno sottolineato, liberismo e populismo si sono intrecciati profondamente: qui sta la particolarità della vicenda italiana. Entrambi i leader della destra italiana si sono fatti interpreti dell’umore generale del tempo e hanno intonato elogi sperticati al liberismo, salvo poi contraddirli con la demagogia populista. La lunga paralisi italiana va ricondotta – si sostiene nel libro - proprio alla commistione e alla sovrapposizione dei due discorsi all’interno stesso della retorica di Forza Italia e della Lega. Da qui quel mix micidiale in cui individualismo radicale e disprezzo delle regole si sono sommati alla demagogia sociale. Il risultato è stato l’ aumento della spesa pubblica e della pressione fiscale più l’indebolimento e perfino il dileggio della funzione dello stato. La recensione si conclude riconoscendo la fondatezza di alcune critiche rivolte ai meccanismi della finanza globale. Viene omesso però il punto centrale del ragionamento, ovvero la riflessione sul peso e sull’influenza di quel “pensiero unico” che ha accompagnato la lunga stagione liberista. La novità oggi sta nel fatto che il rullo compressore del pensiero unico liberista, dopo cinque anni di crisi, comincia a scricchiolare. Nel mondo si sta delineando un nuovo “pensiero critico”: esso cammina sulle gambe non di piccoli gruppi radicali, ma dei tanti che hanno verificato l’inconsistenza dell’autoregolamentazione del mercato, che non accettano più la riduzione del discorso pubblico all’economia, che cercano di riscoprire la politica e – ecco la tesi conclusiva di “indignarsi è giusto” – di ritrovare una “bussola umanistica”. Sono i fatti stessi che spingono a questa critica del pensiero unico e ad avviare la ricerca di strade nuove. Il percorso – nel libro è ampiamente sottolineato - è lungo e complesso: al momento se ne intravedono solo “tracce”. Non per questo esse meritano di essere banalizzate.

domenica 13 maggio 2012

14 maggio alle ore 18: "Indignarsi è giusto"

Domani sera alle 18 in Casa della Cultura in via Borgogna 3 presenteremo in anteprima il mio nuovo libro "Indignarsi è giusto" (Mimesis, in uscita il 16 maggio). Un contributo al dibattito e una sintesi del nostro impegno in Casa della Cultura. Interverranno con me Don Virginio Colmegna, Carmen Leccardi, Pietro Modiano, Massimo Rebotti, Salvatore Veca. Qui potete visualizzare il comunicato stampa.

venerdì 23 marzo 2012

22 marzo 2012, "Neoumanesimo e formazione umana" alla Casa della Cultura


Ieri abbiamo tenuto qui in Casa della Cultura un bel convegno sul "Nuovo Umanesimo".
Primo: è stato importante averlo fatto. E', a mia conoscenza, il primo tentativo organico di tematizzare la questione che sia stato fatto in Italia in questi anni.
Secondo: la discussione è stata vera e seria. Gli invitati si sono presentati con testi pensati. Di grande interesse il contributo dei filosofi ecc. Spero che potremo fare circolare presto l'elaborazione.
Nel frattempo metto subito a disposizione il mio intervento.

Per una bussola umanistica Milano, 22 marzo 2012, Casa della Cultura

martedì 13 marzo 2012

La formazione (è) umanistica

Vi segnalo la pubblicazione di un libro-pamphlet: "La formazione (è) umanistica" edito da Unicopli. Il mio intento è quello di suscitare una discussione sulla formazione degli adulti.
La tesi che propongo è molto semplice: c'è troppa spettacolarizzazione e facile suggestione, mentre bisogna ritrovare fondamento e motivazione in un nuovo Umanesimo.

Mi sembra valga la pena di discuterne.

Benvenuti

Benvenuti nel nuovo blog di Ferruccio Capelli, direttore della Casa della Cultura di Milano.